lunedì 9 novembre 2009

Massacro

Ecco, oggi in laboratorio mi è toccato uccidere e fare a pezzi sette esseri viventi per compiere analisi su di essi.

Mi sono sostenuta col pensiero che era comunque questo il destino che li attendeva a breve, che chi li aveva allevati avrebbe presto fatto la stessa cosa.
Ma se tre erano belli che moribondi già per conto loro, gli altri verdeggiavano rigogliosi e inconsapevoli, e quando ho iniziato a tagliare sanguinavano linfa dorata…

Ok, erano piante. Sette piantine di marijuana, per la precisione.
Le piante non sentono dolore. E queste sono illegali.
E dunque?

Certo, ci portano pezzi di rametti e foglie in continuazione, ma queste erano vive, nei loro vasetti, stavano lì, fotosintetizzando, e non facevano male a nessuno. Non mi è sembrato giusto.
Beninteso, sono carnivora. Né ho problemi a spiaccicare le zanzare e a eliminare le creature dannose da casa mia. E’ la distruzione inutile che non sopporto.

E le piantine si sono giustamente vendicate, regalandomi un bell’attacco di allergia.

Qualcuno ha idea di come introdurre il discorso dal medico? “Sa, penso di essere allergica all’hashish…quando lo maneggio per più di un’ora mi lacrimano gli occhi e mi prude la faccia…”

lunedì 26 ottobre 2009

Buttarsi dalla torre…per 523 pagine

Quando era uscito La ragazza della torre, di Cecilia Dart-Thornton, avevo leggiucchiato recensioni entusiastiche, ma mi era caduto l’occhio anche su qualche parere negativo. Sfortunatamente, questi pareri erano frasi del tipo “è brutto”, veramente illuminanti, quindi alla fine, complici gli sconti, mi sono lasciata tentare.

Ecco, non mi ha convinta.

Ora, sorvoliamo sul traduttore davvero sveglio che evidentemente non aveva capito che il sesso della protagonista dovesse essere un piccolo colpo di scena…devo ammettere che sin dall’inizio sono stata infastidita dal taglio generale della narrazione.
Pensavo fosse una questione di stile e di gusti: l’autrice ha una prosa prolissa, lenta all’inverosimile. Di per sé questo non è un errore. Però…si esagera. Capisco che si tratta del primo volume di una trilogia, e magari certi elementi acquisteranno importanza in seguito, ma c’è un’insistenza smodata su dettagli marginali.
Che ci importa, ad esempio, del matrimonio tra i due nobili che avviene all’inizio? Questi tizi riappaiono poi, o era solo una festa qualsiasi, e in tal caso che ci frega se le nozze erano combinate ma in realtà i due si piacevano e tutta questa pappardella?
Abbiamo capito che Thorn è bravo a trovare cibo nei boschi, non è necessario descrivere ogni singola pianta commestibile e il modo di cucinarla. Nemmeno sapere come fare le perline con le rose e sorbirmi l’elenco delle faccende domestiche quotidiane di Silken Janet mi sembra fondamentale. E così via. Quasi in ogni pagina ci sono dettagli superflui come questi e no, mi dispiace, non fanno atmosfera, non quando mi vengono propinati con questo tono da maestrina saccente. Sono solo noiosi.

La trama principale progredisce di pochissimo in tutto il libro, e questo ha via via smorzato il mio entusiasmo. Non sono una patita della velocità, anzi. Ma scrivere decine di pagine di gente che si racconta a vicenda antiche leggende anziché farmele vivere direttamente nella storia che senso ha? Ammesso che abbia un senso, già a priori, inserire leggende irlandesi tali e quali nel libro senza rielaborarle un minimo, senza personalizzarle.

Ma poi sono semplicemente troppe. Troppa roba inutile in quelle che alla fine sono 500 pagine di camminate nei boschi.

Immaginiamo di avere di fronte un palcoscenico e di vedere la storia.
Ecco, per quel poco che ne so (Sandro correggimi), in teatro ci sono attori e comparse. La divisione è netta. Se sei una comparsa, stai sullo sfondo, stai zitto, non vieni tra i piedi e sostanzialmente servi a fare “colore”. Gli attori si accorgono della tua presenza, ma non parlano di te per tre quarti del tempo. Non è concepibile che passi loro davanti, che interrompi i monologhi, che fai chiasso per i fatti tuoi.
Se invece vieni avanti, allora non sei più una comparsa. Sei un attore, un comprimario o anche un personaggio piccolo piccolo con una sola scena, una breve battuta: bene, DILLA!

Ho avuto questa netta impressione riguardo alle creature magiche del romanzo: l’autrice non ha deciso se dovevano essere attori o comparse. Col risultato che sono invadenti in maniera assurda senza che in realtà servano a niente. Assistiamo a una parata infinita di esseri strani senza che questi influenzino la storia in maniera significativa – o meglio, in maniera caratteristica, perché a inseguire i personaggi e tentare di divorarli avrebbero potuto essere benissimo animali selvatici del tutto normali.

Insomma, mi sono annoiata. Ci sono buoni spunti, alcuni momenti interessanti, ma scompaiono nella superficialità generale. E’ tutto vago, non ci si emoziona. Lo stile rimane pesante, didascalico, anche nelle scene che dovrebbero essere veloci, e questo frena tutto.

Il particolare dei cappucci, poi, mi ha esasperata. Occhio, è un piccolo spoiler.
Sin dall’inizio vediamo che si dà grande importanza a che tutti tengano dei cappucci speciali quando sono all’esterno, la gente sembra terrorizzata da quello che potrebbe accadere altrimenti, e in un episodio capiamo che questa paura ha a che fare con le “tempeste magiche” che di tanto in tanto si verificano. Bene, pensa il lettore, si vede che se qualcuno si fa sorprendere a capo scoperto durante una di queste tempeste gli accade qualcosa di orribile…che so, impazzisce, viene rapito dai folletti, muta in un mostro ripugnante?
Ecco infine la verità: le emozioni forti potrebbero “impressionare” l’atmosfera, facendo sì che per molti secoli a venire l’immagine della persona compaia in quel luogo ogni volta che arriva la tempesta. Aaaahhh che paura, che orrore, che…un momento.
Ma chi se ne frega?!
Certo, la cosa ha creato non pochi problemi in passato: siti in cui sorgevano città sono ormai invivibili perché popolati da questi “fantasmi”. Ma ce li vedo proprio, gli abitanti di oggi a vivere angosciati dal timore di far paura agli ipotetici posteri!

Il finale lascia la vicenda principale (per chi ancora se la ricorda) in sospeso, com’è ovvio, ma non penso di affrettarmi a leggere il seguito. Tanto me lo immagino: per 200 pagine mi descriverà come si vive in una casa, con tutto l’elenco dei lavori domestici, o qualcosa del genere.

Per il momento, passo.

lunedì 12 ottobre 2009

Eccoo-ooohh!!!


Sento che ci siamo, qualcosa sta venendo fuori dalle mie fatiche romanzesche…romanzate…romanziformi.
Sono in una fase di riflessione, quella in cui non procedo con lo scritto vero e proprio ma cerco di programmare e definire le cose che lascio sempre indietro.

Tempo fa sono stata una giornata a calcolare le fasi lunari del mio mondo.
Superfluo, visto che posso inventarmele come mi pare e nessun lettore sarebbe in grado di rimproverarmi un eventuale errore? Forse superfluo, ma non inutile, no, perché il mio mondo ha due lune con un ciclo sfasato, e rendermi conto che le notti in cui entrambe le lune sono invisibili sono rare fa sì che io possa attribuire a queste notti buie un significato speciale. Insomma, sono particolari che suggeriscono idee nuove.

Ieri mi sono messa d’impegno a disegnare una mappa in scala. Anche se non ho intenzione di annoiare i lettori con viaggi avanti e indietro, bisogna averla, un’idea delle distanze.
E anche se c’è una spiegazione di come popoli diversi siano finiti a vivere stipati lì, non è bello dare l’impressione che il mondo si giri a piedi in pochi giorni, incrociando decine di civiltà diverse che stanno gomito a gomito.
Ora, il continente mi viene grande circa 1200x1000 chilometri. Sarà sufficiente? A me sembra grande, per un popolazione tutto sommato alquanto scarsa. Non voglio che il clima cambi drammaticamente dal nord al sud, quindi direi che siamo al limite.

Ora devo stare attenta. Mi manca poco per chiudere la prima metà e non mi devo fermare, le aggiunte e le modifiche ai primi capitoli le devo fare dopo. Non mi devo perdere dietro alle date, poi la cronologia si aggiusta, devo scrivere…accidenti…

E ho anche trovato un titolo…UN TITOLOOO…
Se non basta questo a darmi una nuova sferzata di energia!!!

Buongiorno, sono il titolo

mercoledì 23 settembre 2009

Spacchiamo tuuutto!!!

Oggi le Ferrovie dello Stato hanno raggiunto un picco di demenzialità mai visto.

O, ad essere onesti, forse è solo colpa della stazione della mia città, funestata da lavori in corso da giusto quei due anni e mezzo circa, durante i quali le più assurde deviazioni sono state imposte al traffico pedonale dei viaggiatori in ingresso e in uscita, prima fra tutte la demolizione delle scale con alternativa arrampicata in mezzo all’aiuola con pendenza di 45 gradi.

Uscendo di casa addocchio la locandina coi titoli di giornale: CHIUSI I BINARI DEI PENDOLARI.
Andiamo bene, penso, già arrivo a rotta di collo –grazie alle perfette e studiate coincidenze tra orari di arrivo bus nel piazzale e partenza treni sui binari- se ora mi hanno cambiato il binario e hanno scelto uno di quelli lontani in fondo mi scordo di prendere il diretto, devo già da ora mettere in conto di perdere mezz’ora di lavoro…

Trovo infatti uno spettacolo desolante: nastri a strisce rosse e bianche, transenne di plastica gialla chiudono le scale che conducono al solito marciapiede, che risulta inagibile per ignoti motivi.

Ma…dov’è il treno?
E’ sempre lì, solo soletto. Nessuno lo ha avvisato. Fischia, vorrebbe partire, è indeciso…
Come si fa a salirci?

In mancanza –per adesso- di tecnologie sicure per il teletrasporto, non resta che strappare le stupide strisce, calciare quel giallume insensato che ci occlude l’accesso all’agognata meta e, in generale, dar prova di grande inciviltà.

Che purtroppo sembra essere diventata l’unica strategia valida di sopravvivenza urbana.

lunedì 21 settembre 2009

Mamme dietro l’angolo

Con questo post inauguriamo “L’Angolo della Zitella”, lamentele acide, rancorose e totalmente inutili sulle piccole cose irritanti.

Immaginiamo una signora che ha appena fatto la spesa: porta un sacchetto con uova, conserve in vasetti di vetro e simili. Costei avanza con cautela, attenta a dove mette i piedi, scende/sale piano le scale, fa attenzione a non scontrare i passanti, i muri, gli elementi architettonici.

Ora strappiamole di mano il sacchetto (EEEK AL LADRO! No, aspetti, è solo una dimostrazione…) e sostituiamolo con qualcosa di completamente diverso, tipo il figlioletto neonato.

Ecco là! Meglio, vero? Adesso la signora può avanzare sicura, quasi di corsa, berciando con qualcuno dietro di sé, parlare al cellulare scapicollandosi su terreni accidentati senza guardare dove va nemmeno per sbaglio, occupare l’intero marciapiede e anche un pezzo di quello di fronte, ballare in mezzo alla piazza, tanto lei ha la precedenza!

Perché l’aver prodotto questo meraviglioso fagottino di dolcezza, l’aver compiuto un miracolo che nessun altro sa fare, l’ha trasformata nella Prescelta davanti alla quale l’intero creato –oggetti inanimati compresi- deve cedere il passo. Quasi come la tipa che mangia quel gelato nella metropolitana. Tappeti rossi, fanfare…

Ok, neo (o futura!) mamma, ascoltami. Naturalmente io mi ritraggo e faccio attenzione al posto tuo, sebbene assai poco mi preoccupi la sorte del tuo pargolo (se non preoccupa te…), perché mi hanno insegnato l’educazione.
Ma non ci sono solo io per strada.

Fermati un attimo e rifletti su cosa puoi trovare la prossima volta dietro l’angolo.
Qualcuno che non può scansarsi, tipo uno con le stampelle.
Qualcuno malvagio e gretto, tipo quello che non vuol buttarsi nel fosso o farsi investire dall’autobus per risparmiarti la scomodità di rallentare un momento.
Qualcuno distratto o lento di riflessi.
Qualcuno a cui tu dovresti cedere il passo, tipo un non vedente.
Qualcuno che non capisce, tipo un cane.
Qualcuno a cui non importa nulla, tipo un palo della luce o un tombino aperto.
Qualcuno che non credi possa esistere ma invece c’è, tipo…te lo dico? Un’altra mamma.

Io, francamente, non vedo l’ora che vi incontriate.

domenica 6 settembre 2009

Concretezza

Ritengo di avere molto più talento per la scrittura che per il disegno.
Eppure, da quando mi è presa questa voglia di scarabocchiare e pasticciare coi colori mi sorprendo a imbrattare carta con più gusto di quanto talvolta non provi a comporre storie.
Come mai?

Ho paura sia un problema di concretezza.
Scrivere è una faccenda così terribilmente astratta, persino più della musica -che in fondo si esplicita per mezzo di vibrazioni e quindi è una faccenda molto fisica sebbene di primo acchito non lo sembri- ed è facile farsi prendere dallo sconforto.

Lavori, sgobbi sulle tue pagine, pensi fino a farti uscire il fumo dalle orecchie, correggi e riscrivi…e ti sembra sempre di non avere un bel niente in mano. Soprattutto nel caso di un romanzo, che è un lavorone che può impegnarti per anni.

Invece un disegno…qualche ora ed eccolo lì, bello finito, ed è una cosa vera che stringi tra le mani, bella o brutta che sia…ma conclusa.

Fa schifo, ma almeno è finito, chiuso, arrivederci.

Il che mi fa venire dubbi di altra natura.
Sono perfettamente in grado di vedere come le mie “opere d’arte” siano infantili e dilettantesche…e se anche la mia scrittura fosse così? Come faccio a saperlo?

E’ normale che rileggendo il racconto che ha vinto il concorso mi sembri (nella forma) più brutto di come lo ricordavo, che ci siano frasi che mi urtano e che cambierei subito?

martedì 1 settembre 2009

Racconto terribile e tristissimo

No, niente paura, non è quello che voglio infliggere qui, ma quello che a quanto pare è stato selezionato per un’antologia. Un mio racconto, per la precisione. Non ci credo ancora, non l’ho nemmeno detto alla mamma. Avevo persino letto male la mail, credevo di essere solo arrivata tra i finalisti (cosa che già mi faceva contenta), e solo dopo, quando mi si chiedevano liberatorie e dati vari (in un allegato intitolato “liberatoria vincitori”) sono tornata indietro a rileggere.

Perché partecipare a una gara, se non ci si crede? Ma io sono così. Adesso sono troppo emozionata, mi gira la testa, mi viene mal di pancia…

Questo lavoro è stato un parto travagliatissimo. Nasce da un incubo che alcuni anni fa mi fece realmente stare male per diversi giorni.
In questo sogno mia madre scompariva all’improvviso in maniera soprannaturale, io (che poi non ero davvero io) andavo avanti da sola per anni e anni finché alla fine non si scopriva che…
No, mica spoilero.
Ma quel finale è stato la mia spina nel fianco per tutto questo tempo. Avevo scritto tutto il resto in pochi giorni e non riuscivo a terminarlo. Sapevo come doveva finire, con questa chiusa terribile che era proprio quella del sogno, ma non trovavo le parole adatte. Era troppo triste, ed è difficile –per non dire impossibile- conservare la lucidità mentale necessaria per limare le frasi mentre si è impegnati a soffiarsi il naso e asciugarsi gli occhi. Non si vede nemmeno bene lo schermo.

Mi fa ancora un certo effetto, evidentemente tocca qualcosa di irrisolto nel mio profondo (come spesso fanno i sogni), non posso rileggerlo se sono in fase premestruale o simili. Ma alla fine ho deciso che andava finito e mandato via, e per costringermi mi sono assunta l’impegno di inviarlo a questo concorso, tanto per avere una scadenza.
Insomma, era un modo per sbarazzarmene.

Invece è piaciuto, ma guarda, e sarà la mia prima pubblicazione. Modesta, certamente, con una piiiccola casa editrice, non vedrò un soldo ma almeno non ho pagato io. Lo leggeranno in quattro gatti, va bene, lo so cosa dicono delle antologie di sconosciuti, ma pubblicare sul proprio blog è davvero molto meglio? Senza contare che chiunque può pubblicare qualsiasi roba sulle sue pagine, mentre passare una selezione è qualcosa di più.

O almeno questa dovrebbe essere l’idea.

Ma pensa, più di cento partecipanti e…

E non dico che concorso è, qui non c’è il mio vero nome quindi se va tutto a monte –o il racconto non piace- non lo sa nessuno e non faccio neanche brutta figura!

Adesso mi sono caricata, ho finito un altro racconto dal titolo Desideri volanti (che prima si chiamava Betty!), anche quello surreale e inquietante, anche quello con un finale che si presta a una doppia interpretazione, e sto meditando di tampinare qualcun altro con questo…uhm…vedremo.

PS: Sì, ok, avevo litigato con mia madre prima di andare a dormire e quella è stata la mia vendetta.
Questo però non glielo dirò mica, nel farglielo leggere.