venerdì 10 luglio 2009

prrrr maumau prrr mauMAAUUUmau prrrrr...

La piccola Brigida (se non sapete chi è la presento qui) è entrata di prepotenza e con molto rumore nell’adolescenza, povera piccina, ci guarda sconsolata come a chiedere aiuto, come se noi potessimo risolvere i suoi problemi…

Con che cuore ora possiamo rivelarle che è cascata male, che questa è una famiglia di zitelle/divorziate/vedove/abbandonate da enne e passa generazioni?
Non c’è nulla da fare, povera Brigida, alle maledizioni generazionali non si scappa.

Del resto me li immagino, i felini virili che lei attende invano, impegnati insieme ai padroni nelle serate al maschile che chiunque preferirebbe, a guardare la partita, a fingere di giocare a bowling col wii, a palpeggiarsi l’un l’altro con vari pretesti, ma anche –per male che vada- a farsi reclutare dalle zie per cambiare l’acqua al pesce rosso, a lavare la macchina, a mettere a posto le maglie da stirare, il tutto coi tappi nelle orecchie per non essere disturbati dai richiami di quelle rompi delle femmine.
Salvo poi lamentarsi della solitudine, si capisce.

Ah, ma anch’io sto per inaugurare una fase nuova dell’esistenza: finalmente ho trovato casa, riesco ad andare a vivere da sola prima dei quaranta, alè!
Ora potrò fare come tutti quei single di cui sempre sentivo parlare: lasciare tutto in disordine, buttare i vestiti per terra, mangiare cibo scaduto, guardare la tv nuda (non so perché Sandro suggerisca questo) senza doverne rendere conto ad anima viva. Forte, eh?

sabato 27 giugno 2009

Letterina

Mamma? Mammina? Ti ricordi di me? Sono Marilla, il personaggio di cui volevi raccontare la storia già almeno…lo dico? Venti anni fa, all’incirca. Certo la mia storia è cambiata moltissimo da allora. Avevi solo delle idee immature, dei pezzetti, un guazzabuglio. Scrivevi come veniva, facevi schemi che non ti servivano a niente perché non erano ragionati, anche quelli alla carlona, e giù pagine di dialoghi insulsi, centinaia di parole per ripetere cose chiarissime, e continuare a dire quanto sono bella, intelligente, buona e generosa mentre non ne combino una giusta…
Che poi non mi piaceva mica tanto, eh, questa figura che mi stavi costruendo addosso. Anche se quei venti e più capitoli di dispetti con l’istitutrice erano divertenti.
Hai tagliato tutto, va bene. Anche perché né io né lei possiamo più parlare, hai ristretto la visuale a pochissimi personaggi e quelli ti tieni, con i loro errori di giudizio. Avrai un mosaico di pareri discordanti e nessuno capirà più esattamente come sono io e perché faccio certe cose.
Ah, è questo l’effetto che vuoi ottenere?
Va bene, contenta tu. Accetto tutto, guarda. Però, almeno riprendi a scrivere di me? Invece di perder tempo a disegnarmi mezza sciancata e seduta nel nulla?
Grazie. Ciao.


Certo, Marilla cara, non preoccuparti. Non ti ho dimenticata e non ho rinunciato. Non passa giorno che non pensi a qualcuno di voi e non mi vengano idee, è il metterle giù nero su bianco il difficile. Comunque penso che una pausa di riflessione ogni tanto faccia bene: quando si rilegge per riprendere il filo si può guardare al proprio lavoro con più distacco.
E ultimamente quello che produco non mi sembra così malvagio. Perciò ci rivedremo presto. Però, già che sei in vena di esternazioni, di' ai tuoi amici di non distrarmi con le loro possibili avventure future: finché non finisco la tua, di storia, non c’è spazio per nessuno!

E’ grave quando si parla coi propri personaggi, vero?

domenica 14 giugno 2009

Schegge di follia

Viviamo completamente circondati da eventi e persone improbabili che sfidano qualunque regola di buon senso...il genere di cose che in un romanzo verrebbero subito cassate come assurdità ed esagerazioni, per intenderci.

Un mio collega, in ferie in campeggio con fidanzata e una comitiva di amici, scende in macchina in paese a prendere quelle 7-8 pizze per la cena, in un locale in cui già lo conoscevano. Quando le pizze sono pronte, lui nota che gliele stanno scodellando nei piatti...
“Fermi!” avvisa lui, “Le porto via!”
Qualcuno pensava che lui se le mangiasse tutte da solo?
No, la realtà è ancora peggiore.
“Eh, ma abbiamo finito i cartoni.”
E quindi?!
“Le diamo i piatti, poi ce li riporta.”
Qualcuno ha voglia di immaginarsi la scena, 7 piatti pieni di pizze tutte molle, belle calde, sui sedili della macchina, lungo una strada non priva di curve?
Il mio amico non ha voluto e, seppure a malincuore, ha dovuto lasciare lì la cena.
La prossima volta mi diranno di piegarle e mettermele in tasca, mugugna.

Seguiamo una campagna di caratterizzazione di sedimenti del porto, che viene realizzata in due riprese.
Quando arriva la seconda tranche, ci incuriosisce il fatto che vengano richiesti parametri di analisi in gran parte diversi da quelli del primo gruppo: non fa parte tutto della stessa campagna? Come possono poi confrontare i dati?
Il mio capo di allora (oggi in pensione) sente puzza di bruciato, ma ci intima: “Guai a voi se fiatate!”
E’ curioso di vedere cosa succede e lo sono anch’io. Obbedisco.
Qualche mese dopo scoppia la bomba: ovviamente i cervelloni dei piani superiori si sono sbagliati, hanno copiato degli altri numeri, ma possibile che noi non ce ne siamo accorti? E non si possono proprio recuperare magicamente i dati di analisi che non sono state fatte?
Peccato che nel frattempo il capo se ne sia andato e abbia lasciato noi in prima linea a difendere il nostro operato!
Nella “normalità” ci sarebbe una persona che organizza e cinque che eseguono. Quando avviene il contrario...si sa che troppi cuochi rovinano l’arrosto.
Vabbè, questa non fa ridere come la prima.

Una mia collega ha subito un’operazione al cervello, per togliere una ciste che le cresceva dietro a un occhio. La convalescenza è stata lunga, come si può immaginare; la poverina ha avuto disturbi alla vista, capogiri, problemi motori e soprattutto paura nel riabituarsi a uscire di casa, a camminare in strada. Sarebbe stato importante poter fare questo percorso di riabilitazione in modo graduale, andando a passeggio nelle ore pomeridiane in cui i familiari potevano accompagnarla e/o prendersi cura dei bambini. Ma ovviamente –dal momento che non si trattava di una “ufficiale” terapia prescrittale dai neurologi- non le era consentito.
Per potersi curare non le è rimasto che usare la carta magica, quella che ti consente di fare tutti i comodi tuoi senza che i diritti acquisiti vengano minimamente scalfiti, né stipendio, né incentivi, né anzianità, alla faccia di chi sta male davvero e viene punito come un delinquente: permesso di maternità!
Un caso limite, ma tant’è.
No, questa non fa ridere per niente.

domenica 31 maggio 2009

Ridda di attività!

Non sono inoperosa come può sembrare.
E’ vero che col romanzo proseguo a scossoni come ho sempre fatto, e ho trascurato anche il blog.
Ma ho prodotto delle cose, come questo:
Sì, ora che ho scoperto di non essere proprio del tutto negata, mi sono dedicata al disegno, oltre che alle scemate in 3D come quest’altra:



Poi mi sono messa persino a disegnare un fumetto demenziale, di cui qui un particolare:



Ma ho anche scritto un racconto (in fase di revisione) in una sera, colta da subitanea ispirazione.

Pensavo a un tizio che ho conosciuto, che usava fare una certa cosa un po’ bizzarra, in realtà per un motivo abbastanza razionale; be’, nel parlare di questo con un’altra persona mi sono chiesta: e se quel motivo razionale non fosse affatto quello vero? Se lui facesse quella cosa lì per tutta un’altra ragione? Quale potrebbe essere?

Così è nato Avrebbe voluto essere piccolo, che non rispecchia –ovviamente- la situazione/personalità di quel mio conoscente ma è piuttosto un’elaborazione della mia (lieve) agorafobia. Non è una cosa seria, si capisce, quindi credo che non appena sarò convinta la posterò qui per la gioia di tutti.

mercoledì 13 maggio 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 2

Continua dal post del 29/4.

Dicevo, adoro questi libri perché l’incanto della Land e dei suoi abitanti ha subito fatto presa nel mio animo sensibile e bisognoso di conforto e sicurezza.
Naturalmente non tutto fila liscio neanche in questo mondo ovattato. La Land ha già conosciuto in passato brutti tempi e cataclismi, è già stata devastata rimanendo sterile e disabitata per secoli per via di un tremendo rito sacrilego invocato, pensate un po’, dal buono della storia, Lord Kevin.
Quando si dice la disperazione.
Perché è questo che Lord Foul fa alla gente.

E poi Thomas Covenant entra nella Land come il classico rinoceronte nella cristalleria (o era un elefante?): aggrappandosi alla convinzione che sia tutto un sogno, lui non vuole saperne, soprattutto quando quelli che incontra si ostinano a scambiarlo per la reincarnazione di una figura mitica e ad aspettarsi che lui usi un incredibile potere per aiutarli contro le forze del male.
No, Covenant ripete millanta volte che non gliene frega niente, non sa cosa fare, non sa usare questo potere, vuole stare in pace. Intorno a lui accadono disgrazie, muoiono come mosche, ma lui rifiuta di farsi coinvolgere, un lebbroso non può permetterselo.
Covenant insulta tutti, tratta male tutti, mette alla prova di continuo la pazienza di questa gente mite, commette persino un crimine odioso, all’inizio, che può far scappare la voglia di proseguire nella lettura. La giustificazione che dà a se stesso quando nonostante tutto prova un po’ di rimorso per il suo comportamento è che il suo coinvolgimento emotivo è proprio ciò che Lord Foul vorrebbe: il maligno in questo mondo agisce così, induce ciascuno a distruggere quello che ama.
Ergo, non affezionarsi alla Land è l’unica maniera per Covenant per essere sicuro di non rischiare di danneggiarla.

Ora, è facile per il lettore dargli addosso, disapprovare, far finta di non capire come mai il nostro non è felice di essere stato curato, di essere ammirato come un eroe e poter vivere una grande avventura ecc ecc…ma il fatto è che Covenant ha ragione.
E’ proprio questo quello che accadrà.

Come già detto, la lebbra è anche una metafora di ciò che pian piano succederà alla Land. Assisteremo a un progressivo disfacimento, alla corruzione di tutto, alla rovina e alla putrefazione volute da una mente malefica (macché Lord Foul, sto parlando dell’autore). Uno spettacolo straziante, per noi lettori e per il povero Covenant che si rende conto che tutto ciò è in gran parte colpa sua, che in qualche modo è tutto conseguenza più o meno diretta delle sue azioni, ed era proprio vero che se non avesse fatto niente sarebbe stato meglio…e noi ci sentiamo colpevoli con lui, come se il solo fatto di aver posato i nostri occhi impuri sulla Land fosse bastato a corromperla.

Perciò il finale è solo in parte consolatorio. Ciò che se n’è andato non tornerà mai più. Soprattutto l’innocenza. Perché è vero che un mondo così pulito non può esistere. Neanche lì.

Cosa rappresenta Lord Foul? Non vuole conquistare, non vuole comandare, vuole solo distruggere. E, se è vero che mette su un esercito di mostri, il modo in cui riesce veramente a fare del male è mettendo ciascuno di fronte ai propri limiti, alla propria inadeguatezza. E come può qualcuno da sempre convinto che i buoni propositi bastino per ottenere buoni risultati sopportare di scoprire che non è così, che si possono fare sacrifici sovrumani con la massima buona fede e fallire ugualmente?

Gli abitanti della Land non ci riescono. Perché sono troppo innocenti, e soccombono.

Lo capisce infine Covenant, lo capisce il personaggio che lo accompagna nel viaggio finale –che rinuncia alla vendetta e usa invece le sue ultime forze per aiutare un amico-, lo capisce Lord Mhoram quando ha l’intuizione sul fatto che sia proprio il loro giuramento di pace, il loro totale rifiuto della violenza a impedire ai nuovi Lord di proseguire nello studio dell’antica sapienza, a inibire il loro progresso.
L’unica cosa che può tener testa a Lord Foul è la speranza, ma non quella infantile di chi non conosce il male. Quella sofferta e conquistata di chi ha già visto il mondo crollargli addosso, di chi è già sprofondato, ha fatto tutto il giro ed è riemerso dall’altra parte. Di chi ha visto benissimo il male in faccia, lo ha subito e lo ha anche –purtroppo- commesso, ma rifiuta di farsene distruggere.

Non proprio una morale così banale e scontata, per un fantasy degli anni ’70, no?

Possibili critiche superficiali che non fanno piacere Donaldson a prescindere?

Il suo linguaggio è barocco, verboso, sempre molto impegnativo. Teniamo però presente che io –non un’amante delle lungaggini e delle descrizioni gonfiate- l’ho letto pure in un’altra lingua e non ho fatto tutta questa fatica. Penso però che in parte sia voluto: le maniere rudi di Covenant risaltano ancora di più in mezzo a gente che si esprime con toni poetici, usando molti termini desueti…Una sforbiciata ogni tanto gli avrebbe fatto bene, però, non lo nego. Spesso l’autore si perde a ripetere troppe volte concetti ormai chiari.

L’anello. Già, la storia gira intorno alla fede nuziale di Covenant, che nella Land avrebbe un irresistibile potere. Questo fa subito sbuffare alcuni: ecco il solito amuleto magico, per di più proprio in forma di un anello! Non poteva sforzarsi un po’, questo Donaldson?
In realtà la fede di oro bianco non è un oggetto magico qualsiasi, un oggetto magico “stupido” che può essere preso e usato da altri. Non è un oggetto magico affatto. Il potere sta interamente in Thomas Covenant, e alla fine si riduce tutto alla sua testardaggine, al non volergliela dare vinta né alla malattia né a Lord Foul.

E poi i nomi. Molti nomi di luoghi, popoli ecc ricordano vagamente alcune denominazioni di Tolkien. Credo sia un omaggio, o magari un fatto in parte involontario: questa è l’opera prima di Donaldson e lui stesso ammette di essere stato grandemente influenzato da Tolkien. Cosa c’è di male?
“Lord Foul” non è ovviamente il vero nome del nemico, ricordiamolo, ma solo uno dei modi in cui gli abitanti della Land lo chiamano. Anche noi abbiamo diversi e coloriti nomignoli per il diavolo.
…ok, Lord Kevin. Va bene. E’ un po’ come se fosse, per noi, “il grande Gigi” o qualcosa del genere. Ha lasciato perplessa anche me. Ma in fondo è un nome corto, semplice, le sillabe pronunciabili dall’apparato fonatorio umano non sono infinite e non è impossibile che per caso escano fuori nomi uguali in lingue di ceppo totalmente diverso. “Vercingetorige” sarebbe stato un altro paio di maniche.

Bene, questi erano i miei quattro pensieri sparsi su questa serie. Come vedete, sono impaziale e non mi sono fatta prendere la mano (anzi la penna) dalle mie preferenze personali. Non lo faccio mai.
Comunque non ho ancora finito.

martedì 5 maggio 2009

Intervallo

Plin plon plon plon plin plin plin…


Intervallo tra le due parti dell’articolo…e spiegazione sui motivi che mi hanno indotta a trascurare il blog (e un po’ tutto) in questo periodo.

Ho avuto la sciagurata idea di scaricare –come se non avessi già abbastanza giochi e scemenze con cui perdere tempo- un programma gratuito di elaborazione 3d, e da allora non faccio altro che gingillarmi con quello senza peraltro risultati degni di nota.

Cos’avrà sotto le scarpe?

Voolare ooo ooo…

Mi dica, cosa ne pensa dei miei lavori?

Ma la seconda parte della recensione è in arrivo…

mercoledì 29 aprile 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 1

L’assai poco conosciuta (e apprezzata) in Italia trilogia The Chronicles of Thomas Covenant the Unbeliever (1977) di S. R. Donaldson è composta da:

Lord Foul’s Bane (La conquista dello scettro)
The Illearth War (La guerra dei giganti)
The Power that Preserves (L’assedio della Rocca)

Sebbene siano stati tradotti, ne parlo lasciando titoli e nomi in inglese perché è così che li conosco io.
(Sulla qualità della traduzione non so nulla, ma mi sento diffidente a priori…)

Non sono libri ingannevoli. Si capisce subito cosa si ha in mano. Veniamo immediatamente immersi, nei primi capitoli, nella descrizione dettagliata degli effetti della lebbra, con esempi piuttosto grafici.
Ma non è certo gusto splatter fine a se stesso: è una vera anticipazione della trama, di ciò che andrà ad accadere, figuratamente, durante la trilogia.

A guardarla con occhio critico, molti troveranno questa parte iniziale –la carrellata sulla vita del protagonista fino a quel momento- piuttosto infodumposa: ma c’era davvero un altro modo di far comprendere come Thomas Covenant fosse diventato il bastardo insensibile che presto conosceremo? Come questa sua poca affabilità sia però una seconda natura impostagli dalla malattia, un meccanismo difensivo –il che ci induce a sperare che alla fine di tutto la sua umanità repressa torni a prevalere?

All’inizio della storia Covenant ormai si è rassegnato (o almeno si è convinto di essersi rassegnato) a non aspettarsi più nulla dalla vita, vorrebbe solo pagare la bolletta del gas, possibilmente senza che i simpatici abitanti del luogo scappino urlando quando lui passa per la strada.

Per farla breve, dopo un incontro enigmatico con uno strano mendicante, ecco che il nostro eroe cade per terra e bam! si ritrova in un altro mondo, la Land, appunto, dove un’entità maligna dai molti nomi (nessuno dei quali lusinghiero) tenta dapprima di tirarlo dalla sua parte e poi, avendo ottenuto un rifiuto, gli affida un messaggio minaccioso da portare a chi di dovere.

Sebbene nel ’77 non ci fosse ancora stata l’inflazione di signori del male e di eroi terrestri in trasferta che hanno poi imperversato nei decenni successivi, bisogna ammettere che questo spunto di per sé non sembra molto originale…se non fosse per il personaggio centrale, che non si lascia incasellare in una categoria. Non è certo l’eroico salvatore che gli abitanti della Land si aspettavano, non è neanche l’antieroe imbranato ma volenteroso che alla fine ce la mette tutta per non fare brutta figura, no no, lui si comporta proprio come un figlio di.

Lo spettacolo della Land, in cui veniamo catapultati insieme a lui, è di uno splendore da mozzare il fiato. Un mondo idilliaco, puro, sano, niente a che vedere con quelle brutte copie di medioevo alternativo con cui ci asfissiano oggi; un mondo in cui gli abitanti non conoscono la guerra, non conoscono avidità, vivono in perfetta simbiosi tra loro e con la natura (che –questo bisogna dirlo- non è matrigna come la nostra, ma anch’essa molto più benevola), la parola data è la parola data, l’amicizia e la collaborazione sono i principi cardine su cui si fonda ogni cosa e l’unica malvagità è quella portata –per l’appunto- da Lord Foul e i suoi demoniaci progetti.

Manicheo? Certo, perché no? E’ fantasy. Se voglio leggere storie di guerricciattole e crudeltà tra piccoli uomini tutti ugualmente meschini senza che ci sia nessuno di cui valga la pena prendere le parti leggo il giornale.
La Land com’è all’inizio della storia è –unica tra tutti i mondi fantasy da me visitati- davvero il posto dove vorrei vivere. E -mi sia consentito esprimermi con la leggerezza della tipica fangirl- se non ne vedete la bellezza siete dei caproni.

I personaggi principali sono l’incarnazione stessa di questa bellezza, di questa innocenza.
Lord Mhoram, Foamfollower e Bannor soprattutto. Ma anche Lena, Bannor, Trell, Bannor, …l’ho già nominato Bannor? E’ impossibile non amarli. A meno di non essere, per l’appunto, ovini senza discernimento come dicevo prima. E a parte Elena, che mi è antipatica.

No, certo, non sono “umani” nel senso comune del termine. Pur non perfetti e non certo immuni all’errore, non si comportano come faremmo noi: sono persone altruiste, col senso del dovere, continuamente spinti dal desiderio di fare la cosa giusta, di proteggere i più deboli. Per questo Covenant si convince che non possono essere veri, e loro d’altro canto continuano ad avere fiducia in lui, a perdonargli ogni offesa, perché l’idea che qualcuno possa non avere a cuore il bene della Land sopra ogni altro interesse è un concetto che semplicemente non riescono a contemplare.

I lettori che amano gli intrighi e i tradimenti, che si alimentano di fratricidi e guerre civili senza esclusione di colpi si annoieranno a morte, quindi, a viaggiare con compagni privi di qualsivoglia secondo fine, a farsi assistere da guardie del corpo di cui ci si può fidare ciecamente, a conversare con giganti gioviali il cui ottimismo fa male al cuore.

Senza dubbio ‘sti Lord sono quattro imbranati, che non sanno neanche usare il potere per quello che serve davvero, cioè affascinare belle ragazze (o bei ragazzi) e vivere da nababbi. I giganti che potrebbero spaccare tutto e comandare loro invece stanno sempre a raccontarsi storielle e a sospirare per la nostalgia di casa, mammolette! E non parliamo neanche del Voto delle Bloodguard: castità per duemila anni, cioè.

Ma attenzione, lettori crudeli, non tutto è perduto: forse quando tutta questa gente verrà travolta dal male che ritorcerà la loro stessa innocenza contro di essi per schiacciarli –volendo distruggerli moralmente oltre che annientarli-, forse allora vi divertirete!

Continua...