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domenica 15 aprile 2012

Musica dannata: andare al diavolo o no?

Dopo un audace parallelo Napoli-Spagna 1600 (uno a zero), grande successo nel 2011, il mio gruppuscolo si è messo alacremente all'opera per sfornare un nuovo programma, Musica Dannata per l'appunto, raccogliendo pezzi dal sapore “esoterico” o vagamente pagano.

Battaglie carnevalesche con diavoli come protagonisti, frammenti delle fughe alchemiche tratte da Atalanta Fugiens, balletti di fate, danze della pioggia friulane.

Anche se a me il sottotitolo Musica per altri dei faceva pensare piuttosto a una roba così:



E su tutto, in questo ripugnante cimitero dell'universo, si ode un sordo e pazzesco rullìo di tamburi, un sottile e monotono lamento di flauti blasfemi che giungono da stanze inconcepibili, senza luce, di là dal Tempo; la detestabile cacofonia al cui ritmo danzano lenti, goffi e assurdi, giganteschi, tenebrosi ultimi dèi...
Ma io non sono normale.

Ma ecco la prima doccia fredda: il Comune non ci paga, abbiamo solo un rimborso dietro pezze giustificative –difficili da ottenere visto che il concerto si tiene nel centro della nostra città e ci andiamo a piedi– non organizzano un bel niente, le locandine sono a carico nostro, ci siamo trovati la sede da soli, gli assessori vengono solo a fare il comizio prima del concerto per farsi belli col nostro lavoro.

Come già è successo l'anno scorso, appunto.

Siamo tentati di mandare tutto al diavolo, come sarebbe anche in tema.

Ma i colleghi della rassegna, titolari delle altre due associazioni musicali coinvolte, ci supplicano: senza di noi rischia di saltare tutto, è un peccato e sigh sob buaahhh...
Insomma, alla fine ci saremo.

A un patto.

Non è proponibile in Oratorio una dicitura del genere. Imperativo cambiare titolo.

Poi possiamo fare quello che vogliamo, l'importante è cambiare il nome, che non sta bene.
Siamo in chiesa, dopotutto.
 

Perché far piangere Azathoth?

sabato 11 aprile 2009

Non è mica uno spogliarello

Emi va al Carlo Felice ad assistere alla Passione Secondo Matteo, e prima dello spettacolo un tizio intima a tutti di pensare ai “caduti dell’Abruzzo” e impone un minuto di silenzio.

Ora, dice lui, a parte che i “caduti” sono quelli che muoiono in guerra e per fortuna non è questo il caso, ma perché mai noi ci dovremmo sentire in colpa, come fossimo a una festa frivola e inappropriata? Per la Passione?!

Emi è talvolta brutale nelle sue esternazioni, ma la sua irritazione mi ha indotta a domandarmi se le trasmissioni tv più frivole e inappropriate si siano fermate in questi giorni.
Ma avrebbero dovuto? Non so.
Tirare musi in effetti non aiuta nessuno.

Perciò posto un interessante articolo del mio amico, già pronto da tempo in verità…


AL DIAPASON!

La mia cara Auly (già immagino la faccia che farà leggendo questo inizio) si è meco lamentata recentemente perché, durante le prove e i concerti di Natale, in cui suonava l’ingombrantissimo flauto gran basso in Do (che negli insieme sta alla voce del tenore), si è dovuta dannare per cercare di arrivare al diapason voluto dal direttore, che peraltro era il consueto 440 (hertz); si/mi chiedeva Auly: ma visto che clavicembalo e organo nonché il liuto – quando non è scordato – potevano benissimo essere accordati ad un diapason inferiore, non potevano venirmi incontro anziché farmi spolmonare per poi essere stonata e conseguentemente ripresa e depressa? E’ così importante rispettare il diapason a 440?

Beh no, che diamine! Al diavolo il diapason, è tutta una convenzione! Tant’è vero che alcuni anni fa, per combattere la tendenza di alcuni direttori importanti ad adottare un diapason più alto, che faceva svettare le voci e squillare gli archi e i fiati, ma rischiava di logorare le corde vocali dei cantanti e accorciarne la carriera, era stata presentata una proposta di legge che imponeva nelle sale di concerto e teatri il rispetto del diapason a 440 – l’articolista ironizzava sui Carabinieri che andavano col corista a controllare …

Per gli appassionati della cosiddetta musica antica, poi, parlare di un diapason di riferimento fa ridere: per quel che ne so, nei tempi antichi i costruttori intonavano gli strumenti sulla campana della chiesa, quindi ce n'era uno per villaggio ... Del resto nessuno portava i suoi strumenti con sé (peraltro in viaggi disagevoli, malsani e pericolosi), quando arrivavano a destinazione trovavano lì gli strumenti e quelli suonavano – ne è derivato addirittura un genere musicale, quello dei Preludes, brevi brani a carattere improvvisatorio che servivano a prendere confidenza col “nuovo” strumento.

Anche esaminando gli ordini che importanti corti o famiglie facevano a costruttori stranieri, si rileva che comperavano gli strumenti a decine, in modo che fossero intonati tra loro in numero sufficiente.

Anche il famoso 415, che è stato il diapason di riferimento per i cultori della rinascita della musica barocca, era il diapason più comune in Germania tra i cori, niente più!! A Venezia pare si usasse un diapason a 465, in Francia nel periodo preclassico 435, e così via. Certo, oggi che un musicista parte da Roma col suo strumento e va a suonare a Tokio, per dire, se non ci fosse un diapason standard sai che problemi! e poi gli strumenti moderni sono fabbricati in serie e standardizzati, ma è proprio questo che abbiamo rifiutato, noi cultori della ricostruzione filologica della musica, no?

Quindi ha pienamente ragione Auly e torto il direttore, anche se lo capisco, poveretto, a mettere d’accordo una decina di pazzi …

giovedì 12 marzo 2009

Fuori programma (e fuori di testa)

Cosa si intende esattamente per “fuori programma”?
Qualcosa di non previsto, giusto?
Ma…in che senso?

Nel corso della mia attività artistica ne ho viste delle belle. Tuttavia si può semplificare. Gli “imprevisti” sono sostanzialmente di due tipi.

Tipo 1: in pubblico.

Ci si sta arrangiando come al solito. Ci hanno portato via il tavolo e le luci lasciano a desiderare, ma va bene. Per fortuna l’amplificazione è decente.
Cominciamo, ma pochi minuti dopo succede qualcosa. Ad esempio, uno scroscio di pioggia; metà del pubbli­co fugge per cercare riparo sotto al porticato. Noi resistiamo eroicamente, leggendo a malapena gli spartiti punteggiati di pioggia, possiamo farcela. Ma il palco è sdrucciolevole, i ballerini rischiano di farsi male. Si decide allora per una pausa, passato l’acquazzone, per asciugare un po’.
Ci suggeriscono di suonare qualcosa per riempire la pausa, ma subito qualcun altro dice invece che la scena è volutamente silenziosa. Poi giunge la maestra di danza a chiedere perché non stiamo suonando. Insomma, occorre un “fuori programma”.
Si fa così.
Qualcuno che ha autorità o si illude di averla, tipo Gaetano, propone qualcosa.
«Facciamo il pezzo A» dice.
Il pezzo A, essendo tutto ciò un “fuori programma”, appunto, non fa parte del repertorio preparato dell’occasione, oppure era previsto in un altro punto, quindi lo spartito va cercato nel quaderno. Passano alcuni minuti prima che tutti abbiano la musica giusta davanti e lo strumento necessario in mano. Però allora il presunto leader entra in una fase di pentimento per ciò che ha detto poco prima, e cambia opinione:
«Ma no, facciamo invece il pezzo B!»
Identici problemi per il pezzo B.
Quando siamo di nuovo pronti è qualcun altro, tipo Giorgio, a prendere la parola scuotendo la testa.
«Però il pezzo B non viene mica tanto bene. Ti ricordi che dovevamo ancora sistemarlo, decidere questo e cambiare quell’altro?»
Il capo non tanto capo ci pensa su.
«Hai ragione. Allora niente, facciamo A.»
Si torna ad A e ci sono gli stessi guai dell’inizio. In più, sicuramente almeno uno di noi, credendo che il pezzo A fosse definitivamente passato di moda, l’ha gettato via, o l’ha tolto dal quaderno, o lo ha nascosto in una busta insieme ad altro materiale di riserva; insomma, non lo trova più e dopo vane ricerche deve affrettarsi a leggere sul quaderno del vicino.
A questo punto ci vengono a dire che il tempo morto che avremmo dovuto coprire è finito.

Tipo 2: in privato.

«No, Aurelio! Possibile che tu non capisca? Ci stai mandando fuori. Guarda che non devi suonare contro di noi, ma con noi. Lo capisci? Noi non siamo né rivali su cui primeggiare, né il tuo sottofondo su cui tu puoi fare i tuoi voli pindarici...»
«Ma a me sembrava...»
«E sbagli! Tu hai l'idea che noi siamo il basso continuo e tu la voce di canto, che tu solo sei importante! Ma non é così!»
«Però...»
«Tu non sei la prima voce; sei solo la voce più acuta. Qui non facciamo musica barocca...Qui é fondamentale l'armonia piuttosto che la melodia. Lo dovresti sapere. Qui ci sono cinque voci assolutamente paritarie che devo­no intrecciarsi in modo organico e formare un'armonia...che non c'é se tu spari lassù in cima!»
«Ma io ho letto su quel libro che...»
«Non puoi aver letto una cosa simile. Noi dobbiamo essere come delle canne di uno stesso organo...dobbiamo suonare insieme e fonderci perfet­tamente senza che nes­suno prevalga sugli altri. Noi quattro ci stavamo riuscendo, prima che tu iniziassi a zufolare così forte!»
«Ah, quindi sarebbe colpa mia?»
«E mi permetto di ricordarti anche che gli abbellimenti che fai non sono sempre quelli ideali. Sono troppi, oltretutto»
«Bene. Poi basta?»
«Non ti sei accorto che gli ultimi erano totalmente fuori? Se vogliamo inserire degli abbellimenti bisogna che lo facciamo in modo sistematico, dobbiamo metterci a ta­volino e stabilire gli abbellimenti per ogni voce in modo che si incastrino a vicenda. Tutte le voci meriterebbero di essere abbellite, ma se ci mettiamo a fare questo non finiamo più, perciò fin dal­l'inizio abbiamo detto...forse non hai sentito...di lasciar perdere e di dedi­carci ad altre cose»
«Mi pare non ci fosse niente che non andava in questo ultimo sistema. Ho aggiunto delle normali diminuzioni, le solite...»
«AURELIO!!! Non discutere! Facevano schifo! Erano fuori tempo, rovina­vano gli ac­cordi, distruggevano tutti gli incastri delle dissonanze, non fa­cevano capire niente dell'armonia! E oltretutto per fare quegli schifi perdi il tempo e ti trovi sempre indietro di un quarto!!! Non so come ti permetti di rovinare l'arte del Maestro con le tue por­cherie!»
«AH, QUINDI SONO IO CHE TI HO ROVINATO QUESTA MERAVIGLIA? ALLORA GUARDA COSA NE FACCIO!!!»
(straaap...)

venerdì 27 febbraio 2009

Dall’inizio?! No, dai!


La storia della mia attività musicale inizia nel dicembre 1981.

E vedo un mucchio di possibili lettori scappar via già annoiati.
I giovani di oggi non hanno più pazienza, ecco la verità!

No, la faccio breve.

Durante una delle mie primissime lezioni di flauto, il maestro chiamò noi principianti del primo anno (che stavamo apprendendo le basi in un’altra stanza) per farci sentire come veniva bene il pezzo di musica d’insieme che quelli del terzo anno stavano studiando.
Fui molto impressionata da quel gruppo di persone.
Ricordo di essere andata da mia mamma a dirle: “C’è uno di quelli grandi che sembra matto, si dà degli schiaffi da solo e mi ha fatto paura!”
Quello era Emi. Da quando ha messo da parte l’antica abitudine all’autopunizione fisica per gli errori suona peggio.

L’anno successivo la mia classe non esisteva più, rimanevo solo io. La migliore o la più scema, la più…? No, cioè, non so dove siano andati gli altri. Non sono stata io, giuro.
Ma con questo trucco venni inserita in breve tempo nel gruppo degli “anziani” e pian piano li surclassai tutti ahah. Ma intanto il maestro rompeva i rapporti con la scuola di musica locale e dovemmo diventare pendolari per proseguire i nostri studi.

Facevamo seminari mensili a Genova Nervi, non molto comoda da raggiungere col treno venendo da ponente. Dovevamo cambiare almeno una volta, sempre di corsa, con valigioni immensi ricolmi di strumenti.
Ho un flash di noi che, per fare prima, prendiamo una scorciatoia attraverso un treno merci fermo sul binario accanto, rischiando la vita.
La grande nevicata dell’84 ha trasformato una domenica potenzialmente noiosa in una spedizione polare piena di imprevisti e momenti di azione frenetica.
Seguendo fiduciosa le in­dicazioni di Emi (che una volta si é perso anche dietro casa sua) mi ri­trovai spesso in posti di cui non immaginavo neppure l'esistenza. Una volta che avevamo fretta e per questo avevamo deciso di prendere l’autobus, lui scelse con finta sicurezza una linea urbana a casaccio e mi condusse nel cimitero di Staglieno, mentre altrove (quasi dall’altra parte di Genova) ci aspettavano con ansia per iniziare uno spettacolo. Io ero allora così ingenua e timida che ci ricascavo ogni volta, a fidarmi di lui.

Ma, nonostante la mia apparenza timida e remissiva, non ci misi molto a rivelare anch’io la mia vera natura. Un esempio su tutti.
Il maestro mi chiama per domandarmi in prestito il mio nuovo flauto contralto barocco per uno dei miei compagni, solo per un pomeriggio in cui gli “anziani” fanno una prova d’insieme senza di me. Ovviamente mi fido del maestro e acconsento, il mio compagno passa da casa mia e io gli consegno la valigetta.
Sento un certo disagio nel farlo, ma la timidezza mi impedisce di bloccare il malcapitato prima che se ne vada per consigliargli di fare una cosa che sembra troppo stupida per essere sensata: controllare che il flauto ci sia…
Metto a tacere questi dubbi sciocchi e mi rimetto a farmi i fatti miei. Fino a quando, poco dopo, ricevo una telefonata disperata dal poveretto: egli boccheggia e balbetta, atterrito, non sa proprio come dirmi che qualcuno deve essersi introdotto in camera mia e avermi rubato il flauto dalla valigetta, lasciandomela vuota!
E il flauto mi guarda beffardo da uno scaffale della libreria dove mai e poi mai usavo posarlo. Non ho dubbi: il malvagio pezzo di legno mi ha controllata mentalmente. Occhio ai buchi…

domenica 25 gennaio 2009

Proposte indecenti

Sono stata rimproverata per il mio post sui concerti di Natale: l’amico di cui ho riportato la mail è preoccupatissimo, persuaso che discorsi come quelli potrebbero farci cacciare in perpetuo dall’amabile congrega dei musicisti, per nulla permalosi, si sa.

Bene, visto che ormai abbiamo rotto il ghiaccio, mi sento incitata a continuare a dire quello che penso.

Proprio dal suddetto concerto di Natale mi sono scaturite due riflessioni, che mi hanno condotto ad altrettante proposte provocatorie e scandalose per il futuro.

Emilio ed io ci siamo fatti un…ehm affaticati tanto a suonare i flautoni, basso e granbasso, perché giustamente non bisogna intersecare la voce, il flauto dolce suona un’ottava sopra quello che legge e quindi…poi ci sono problemi di intonazione e blablabla (se volete sentire tutto lo spiegone chiedete a Gae). Ok. Ma certo questi tuboni non danno soddisfazione, non si sente un bel niente nell’insieme, quando mi trovavo a suonare all’unisono con il trombone non mi sentivo nemmeno io.
E cosa capita? Che poi l’organista quando accompagna per dare corpo mette su i registri coi flautini che fanno piiipiii…cioè esattamente quello che potevamo fare noi! E questo non dà fastidio alla voce? Ma perché allora non scambiarci, noi suoniamo i flautini e lui sostiene i bassi?

Adesso viene la proposta più forte e più indecente, eh. Avviso tutti: il mio rapporto con la musica è un po’ pragmatico ma anche molto viscerale. Cioè, quel che conta è il risultato, e l’unico risultato che conta è l’emozione che dà.
Se siete dei puristi non leggete.

I nostri flauti sono stonati, va bene, lo ammettiamo, perlopiù calanti. Ma sono strumenti a intonazione fissa, purtroppo sbagliata. Bisognerebbe segarli per risolvere il problema, e comunque non andrebbero automaticamente a posto tutte le note.
Aggiustarsi va bene, ma ci sono limiti, non ha senso soffiare come mantici o appena appena, lo strumento richiede una certa ben precisa pressione di fiato, sennò il suono fa schifo!
Invece clavicembalo, chitarrone e –in una certa misura- dulciana hanno la possibilità di adattarsi molto meglio.
…
Lo dico?

Ecco, ragazzi…perché non scendete voi, giusto un pelo?
Ci fanno la multa se non siamo esattamente a 440?
Non è più importante essere intonati tutti tra noi che rispetto a chissà chi?

(Se Gae non mi toglie il saluto stavolta…)

Aggiornamento (30/1/09)

Commento dell’amico esperto:

Rispetto alla tua ultima performance, secondo me il difetto più grosso è che i tuoi lettori diranno: E chi se ne frega! Nel merito, è ovvio che in un buon gruppo, affiatato, con un direttore serio, si cercherebbe il compromesso migliore su tutto, volume, diapason ecc. Ma con gente come P. o G. (non faccio nomi perchè rischio di trovarmi sputtanato sul tuo blog, che dovrò chiedere alla Polizia Postale di chiudere) che raffazzona gente sul momento e si aspetta che risolvano loro i problemi - se fossero diplomati di conservatorio e magari professionisti capisco, ma non è così... Insomma, figlia mia, ci vuole pazienza e battersene il flautino.

Insomma, non ho detto eresie così grosse…

domenica 16 novembre 2008

Muggiti spaziali

Purtroppo ho preso il vizio di comprare su ebay…

(niente più macchie clandestine sullo sfondo delle foto, niente più zampe, niente…sniff…)


Cosa sarà?
Apriamolo...è inquietante...


Così è più riconoscibile?



No? Ok, lo spiego: è un theremin.

Purtroppo mi rendo subito conto che se questo costa la metà degli strumenti “veri” (da ordinare dall’America) c’è un motivo: intanto ha un’estensione molto limitata, poco più di un’ottava, e poi, soprattutto non è per nulla lineare…vale a dire che nelle posizioni più lontane le note sono a centimetri di distanza, mentre verso l’antenna si ammucchiano tutte insieme.

A ciò si somma la mia incapacità, non credo riuscirò a cavare niente da questo aggeggio.

Se ci si vuol fare del male, è disponibile la registrazione del mio primissimo approccio con lo strumento...sarebbe disponibile se riuscissi a linkarla.

Edit: vediamo se così si apre il file.

mercoledì 15 ottobre 2008

Roba grossa

Dunque, chi ha presente com’è fatto un flauto dolce granbasso?
Intanto, non molti hanno presente cosa sia un flauto dolce, eccetto che per qualche vaga reminiscenza di un pifferino usato a scuola.

In effetti quello è un flauto dolce soprano, seppure con una diteggiatura semplificata (che viene chiamata “tedesca” per distinguerla da quella originale, barocca).
Ma è solo la punta dell’iceberg.
E’ pieno di flauti di tutte le taglie, davvero. E le diteggiature sono due: in do o in fa, a seconda di qual è la tonalità in cui è tagliato lo strumento.

Ce n’è uno ancor più piccolo, il sopranino in fa, di comune utilizzo. L’ha usato Vivaldi, per il suo Concerto per Flautino (*).
Poi ne esiste anche uno veramente piccolo, il sopranino in do, ma è più una curiosità che altro, e ha davvero il suono di un fischietto.

Il contralto (in fa) è quello che ha conosciuto forse maggior gloria in epoca barocca e ancora nel settecento, poi affiancato dal flauto di voce, tagliato in re per tentare (ahimé inutilmente) di far concorrenza all’astro nascente, il flauto traverso barocco.

Ma non mancano le voci più gravi: negli insiemi le voci sottostanti venivano talvolta coperte dai flauti tenore (in do) e basso (in fa), anche se, ammettiamolo, con poca efficacia. Il flauto dolce ha una voce fievole, sempre meno udibile quando la frequenza del suono diminuisce, e i bassi al contrario devono essere ben sostenuti.

Eppure c’è stato chi ha ostinatamente avuto fiducia in questo strumento, ed è esistito quindi pure il flauto granbasso, in do, che suona un’ottava ancora sotto il tenore.
Che è davvero una cosa bellissima.
E non perché sia grosso e lungo, cari Gae ed Emi. Vi immagino, lì che vi sganasciate per le vostre battute da quattordicenni. E’ tutto merito di…ora vi spiego.

Facciamo un passo indietro.
Il mio amico Emilio ha un problema: vorrebbe comprare tanti strumenti, tanti dischi, tante partiture e così via, ma la moglie sa che lui ha le mani bucate, e per impedirgli di mandare in rovina le finanze di famiglia lo tiene sotto stretta vigilanza.
Quindi ogni tanto lui approfitta della nostra ventennale amicizia e del ruolo da fratello maggiore che ha sempre avuto nei miei confronti (potrebbe essere mio padre per età, ma come cervello certo no) per farmi queste proposte indecenti: far arrivare a casa mia gli strumenti che ordina, all’insaputa della signora, in modo da avere tempo di circuirla e presentarle gradatamente il nuovo acquisto.

Ma l’ultima volta ha giocato un tiro barbino anche a me.

Da tempo si era reso necessario che anch’io fossi pronta a suonare gli strumenti gravi, cosa che di solito non gradisco non per smania di protagonismo ma perché, come si può immaginare, pongono qualche problema di lunghezza di dita e di collo. Non voglio saperne del basso, ad esempio, perché davvero non arrivo agli ultimi buchi in fondo.
Così quando Emilio ha ordinato questo granbasso –un usato d’occasione- era implicito che, sebbene nominalmente fosse per il gruppo, avrebbe finito per suonarlo lui, a cui toccano tutti gli incarichi più ingrati e le figure barbine, noi ce ne approfittiamo perché lui è troppo buono ecc ecc.

Ma ecco, è arrivato questo pacco enorme e io non ho resistito ad aprirlo.
Dentro strati e strati di cartone c’era questa valigetta.
Il flautone era lì smontato, bello lucido, con un buon odore di vernice per legno, il lungo cannello per l’imboccatura, e tante belle chiavi metalliche luccicanti, invitanti…


E’ ovvio, lo strumento è lungo quasi un metro e mezzo, si può immaginare di imboccarlo senza un cannello ricurvo? O di tenerlo su senza tracolla? O di raggiungere i fori senza l’ausilio di tante belle chiavi metalliche luccicanti?
L’ho montato e ho iniziato a suonarlo.
Non è affatto pesante come si può pensare, non ci vuole tanto fiato e ha una gran bella voce. Le dita stanno comodissime, persino più comode che sul tenore! Grazie alle chiavi metalliche luccicanti…eheheh…che fanno clik clak mentre si suona…ooohhh…
Ho dunque sbagliato tutto nella vita fino ad ora?

Ci tenevo a produrre qualche immagine di me con il mio nuovo amore. Con l’autoscatto non è facile far entrare tutti e due nella foto. Più sì che no sono rimasta a mezza figura, oppure troppo vicina e l’unica cosa che giganteggia nel centro dell’inquadratura sono i miei ehm airbag anteriori, e questo non è quel genere di blog, quindi non è adatto.

Tanto per dare un’idea, mostro questa, anche per smentire chi dice che non voglio farmi vedere.


Che guardiii??!

Ecco, soddisfatti?

(*) Il Largo del Concerto per Flautino è un’altra di quelle cose che mi hanno fatto paura da bambina…Aahhh! No! Mi è tornata in mente quella melodia inquietante! EEEKK! Via dalla mia testaaaa!!!

giovedì 17 luglio 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 8

I Collaboratori/ Parte II

I Cantanti Solisti

Si intende un gruppuscolo di pochissime persone, magari solo una per voce e a volte neanche quella.
E' necessario distinguere vari casi e sottocasi.

A) Cantanti solisti veri
Si tratta di persone che hanno studiato canto a livello anche professionale, magari possono vantare un discreto curriculum. Non hanno mai lavorato insieme prima d'ora, ma per i più disparati motivi si coagulano intorno a un progetto che sulla carta sembrerebbe promettente.
Ma...se avete letto fino a qui lo sapete chi sono in realtà, vero?
Esatto, un mix micidiale di Megalomani, Professionisti e Principesse! SCAPPATE!!!
Tanto non c'è alcuna possibilità, con questi, di far concerti, né schifosi né decenti, perché non vi faranno mai suonare: la Principessa strillerà perché i vostri raddoppi della sua voce se non la fanno sbagliare sicuramente la mettono in ombra, il Megalomane vi ruberà tutte le parti, cercando magari di cantare più voci insieme, il Professionista eliminerà direttamente la metà dei pezzi perché non ne ha voglia e -come abbiamo già visto- tirerà a imboscarsi e fare il meno possibile...L'unico spettacolo che tali mentecatti sono in grado di allestire è questo teatrino dell'assurdo a vostro beneficio! Vi faranno solo perdere tempo.

B) Cantanti semplicemente scompagnati
Questi derivano dalla disgregazione di un Coro (v. Lezione 7). Conoscere i motivi di tale disgregazione è di vitale importanza, poiché si potranno avere situazioni radicalmente diverse a seconda di cosa è accaduto. In particolare:

  • Prima eventualità: il Coro si è disfatto per una secessione interna.
    Domandiamoci: chi abbiamo di fronte? I "secessionisti" (cioè i ribelli) o i "secessionati" (vale a dire il vecchio Maestro e i suoi fedelissimi)? Se è la seconda, i "secessionisti" dove sono andati, invece? Si sono semplicemente dispersi, abbandonando l'attività musicale, hanno costituito un altro Coro scegliendo tra loro un nuovo Maestro oppure -orrore!- si sono uniti a un gruppo rivale? In questo ultimissimo caso, i "secessionati" saranno incacchiati neri, e profonderanno tutte le loro energie residue per vendicarsi, per mostrare a "quelli là" quanto hanno sbagliato, ché il bello viene adesso.
    Per questo tipo di gente, vale quanto detto sui Cori in generale nella Lezione 7.
    Se invece sono proprio i "secessionisti" a contattarci, non diamo per scontato che si tratti di piantagrane pericolosi, concediamo loro una possibilità prima di concludere che sono come (se non peggio) quelli del caso A).
    A ogni modo, mai farsi coinvolgere da queste faide. Ricordiamoci che tutto è accaduto prima che li incontrassimo, noi non c'entriamo nulla e ce ne frega ancora meno.

  • Seconda eventualità: il Coro è giunto al termine della sua naturale esistenza (tutti morti di vecchiaia senza trovare sostituti, il Maestro defunto all'improvviso senza nessuno in grado di prendere il suo posto...) oppure è stato distrutto da cause esterne (una frana ha spazzato via il paese, un invidioso Coro nemico ha attirato e ucciso quasi tutti in un'imboscata...ok, sto esagerando, ma potrebbe succedere, credetemi).
    Rimangono solo quattro patetici sfigati che hanno dedicato tutta la vita al Coro, non sono in grado di rifarsi un'esistenza da soli e non vogliono rassegnarsi all'idea che tutte le cose belle finiscono. Quindi eccoli a tentare il tutto per tutto per recuperare qualcosa: propongono iniziative, si presentano puntuali a tutte le prove, studiano la parte, fanno tutto ciò che non avrebbero mai pensato di fare quando il Coro era vivo e vegeto.
    Ma sanno bene, in fondo, di esser vissuti troppo a lungo, relitti senza senso di un'epoca tramontata.
    Per puro spirito umanitario, vi direi di sopportarli e assecondarli se potete, in attesa che diventi legale l'eutanasia.

Lavorare con dei cantanti solisti di qualsiasi tipo, in definitiva, è un'esperienza che comunque vada vi arricchirà: come detto all'inizio, è molto probabile che il numero dei cantanti non sia sufficiente a coprire tutte le parti, quindi imparerete a destreggiarvi in modo funambolico per realizzare con gli strumenti (i più inadatti possibili, mi raccomando) anche le voci mancanti, ottenendo effetti a dir poco bizzarri nei pezzi pensati per presentare un vero e proprio dialogo tra le voci (che ovviamente rimarrà nell'immaginazione del pubblico).



Il Gruppo di...

ballerini figuranti attori figurini ballanti spadaccini pescivendoli eccetera)
Diversamente dal Coro, questo tipo di gruppo non ha mai un vero e proprio leader, e lo stesso termine "gruppo" per definirlo è fuorviante.

La mente umana (e non) tende a categorizzare tutto, e a ricondurre ciò che incontra a schemi già familiari, per programmare il proprio comportamento. Per questo motivo nel rapportarsi con gli altri ci si aspetta sempre e comunque di trovare UN interlocutore, al limite collettivo, magari cretino, ma rappresentante ed espressione di UNA volontà. In parole spicciole, gente con le idee chiare.

Quello che non ci si aspetta e non si vorrebbe mai vedere è lo spettacolo francamente orribile di un marasma di gente totalmente disorganizzata, un ammasso informe di persone che, pur essendosi volontariamente unite per realizzare un progetto, sembrano non potersi soffrire, ognuna impegnata a gridare più forte di tutti gli altri, a mettersi i bastoni tra le ruote o almeno a sabotare passivamente le decisioni dei compagni, disgregate in decine di fazioni di massimo 2-3 individui ciascuna.

Insomma, ciò che succede nel nostro piccolo gruppo di musicisti falliti, ma portato su vasta scala.
E' un modellino animato del caos primordiale.

E il nostro piccolo gruppo, per i limiti mentali che dicevo prima, continuerà a sbagliare tentando di rapportarsi con uno di questi cialtroni come se quello fosse il rappresentante di qualcosa e avesse voce in capitolo su qualche argomento, cercherà di comunicare col nulla per trovare un accordo impossibile, ostinatamente credendo di poter pattinare sulle sabbie mobili (che bella metafora, eh? Si vede che studio da scrittrice?).
Invece ci troveremo a trattare di volta in volta con la Fazione che Vorrebbe Coinvolgerci Sempre, la Fazione che Non Sa Chi Siamo, la Fazione che Ci Odia Perché Non Ci Hanno Chiamati Loro, la Fazione Entusiasta che Però Non Capisce Cosa Facciamo, ma anche il Comitato del Martedì Mattina, la Rappresentanza delle Tre e Mezza, il Consiglio della Settimana Prima di Ferragosto, tutti con istruzioni diverse, probabilmente durante lo stesso spettacolo.

Anche qui, per fare schifo non dobbiamo sforzarci minimamente.

°°°°°°°

E con questo temo che abbiamo finito con le lezioni sistematiche.
Lo so, lo so, è stato un buon corso, mancherà a tutti, che malinconia, organizziamo una pizzata finale?

martedì 1 luglio 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 7

Come promesso, ora ci occuperemo delle possibili figure con cui i membri dell'orchestrina appena formata potrebbero trovarsi a interagire, facendo stavolta loro -incredibile ma vero- la parte di quelli normali.

I Collaboratori/ Parte I

Il Maestro del Coro

Intanto sono tutti maschi, e scoprirne il motivo potrebbe meritare uno studio sociologico. Un fattore decisivo potrebbe essere la dipendenza di molti Cori da parrocchie e preti, che ovviamente non affiderebbero mai a una donna nulla che non abbia a che fare con bambini piccoli. Un altro motivo è che il ruolo di Maestro del Coro richiede una persona dotata di grande carisma, energia e autorevolezza, qualità che -mi duole dirlo- non sono facilissime da trovare nel gentil sesso.

Ammettiamolo: anche se cerchiamo di nasconderlo, una qualche esperienza con una corale amatoriale è nel trascorso di vita di molti di noi, anche non musicisti. Soprattutto non musicisti, oserei dire.
Quindi non dirò nulla di nuovo nel sottolineare come il Maestro trascorra gran parte del tempo a sbraitare e bestemmiare, agitando la frusta e minacciando orrende punizioni corporali.

Ma è necessario. Credetemi, indipendentemente da età, ceto sociale, cultura musicale ed esperienza nel campo, i coristi si comportano sempre e comunque come una scolaresca in gita. Basta perderli di vista un secondo, allentare le redini e li si ritrova a schiamazzare nel confessionale, organizzare gare di rimpiattino nella navata centrale, appiccicarsi le gomme nei capelli e tirar giù gli addobbi dell'altare.
L'unico modo per ottenere qualcosa da loro ed evitare guai è farli vivere nel terrore: urlare senza preavviso, brutalizzarne uno a caso ogni tanto, piombargli anche in casa. Quei disgraziati devono sentirsi sempre sulle spine.
Tenere a bada un Coro non è uno scherzo, non è lavoro per animi gentili. E più il Coro è piccolo, peggio è: un apparente paradosso che in realtà si spiega perfettamente con la regola degli amiconi (*).

Può capitare che un Maestro (anche un ottimo Maestro di un buon Coro!) decida di volere degli strumentisti: qui entriamo in gioco noi, e non dobbiamo fare niente di particolare, il Maestro si è già inguaiato da solo chiamando persone che suonano strumenti che lui non conosce. Abituato a non porsi problemi di orchestrazione dei pezzi, sarà convinto che chiunque possa suonare qualunque cosa in qualunque tonalità, quindi ci proporrà partiture in fa diesis maggiore con la massima disinvoltura (sono trasportate per aiutare le voci, no?), oppure pretenderà che si raddoppi qualche linea vocale, incurante della reale estensione degli strumenti (che raramente ricalca quella di una voce umana).

Basta già questo per andare incontro al disastro. Ma se il Coro è bravo? direte voi. Be', il Maestro comunque crollerà presto. Il rapporto con musicisti suoi colleghi e quindi da trattare da pari è qualcosa di inesplorato, che il poveretto non sa gestire. Il solo dover continuamente aggiustare il tono di voce durante le prove d'insieme, per passare dall'urlaccio belluino alla conversazione civile a seconda che stia governando il Coro o dando istruzioni agli strumentisti, è per lui fonte di enorme stress e problemi gastrointestinali. Lo perdoneremo se ogni tanto gli scapperà un moccolo anche rivolto a noi, nell'emozione del momento.
Il grave è che questa continua ricerca di compromesso minerà la sua autostima, mettendo gravemente a repentaglio anche la performance vocale.

Un'avvertenza. Dal punto di vista umano, sconsiglio di interagire in qualunque modo coi coristi. E' meglio trattarli come parte dell'arredamento. Non vi fermate a far conversazione con le canne dell'organo, giusto? Sono forme di vita inferiori, mantenete le distanze.
Ma attenti a non prenderli neanche sottogamba: si tratta di gentaglia potenzialmente pericolosa (soprattutto quelli che cantano din don alleluia)!
E' probabile che veniate sistemati seduti davanti ai coristi, che incomberanno alle vostre spalle. Occhio, soprattutto se siete calvi. Per il ragazzino ultimo arrivato e non ancora del tutto addomesticato la tentazione di attaccarvi un adesivo in testa potrebbe essere irresistibile.

Il Professionista

Almeno sulla carta, è un musicista vero, che non fa altro nella vita ed è ben noto nell'ambiente.
Fissare delle prove con lui è un'impresa estenuante, per via dei suoi numerosi e molto più importanti impegni, e alla fine ci si riduce a vederci all'ora di pranzo nel suo salotto, con la tv accesa e i marmocchi che strillano e corrono in mezzo inseguendo il cane.

La reverenza che i nostri musicisti dilettanti provano dinnanzi al grande nome impedisce loro di notare subito che il Professionista non ha minimamente studiato gli spartiti inviatigli, che lo strumento è scordato e che nella lettura a prima vista alla fine non è che poi lui sia così bravo.
La verità è che il Professionista vola ormai troppo alto sulle nostre teste, così in alto che la sua musica non arriva più alle nostre comuni orecchie.

Sarà anche per questo che alla fine egli taglierà gran parte del programma non trovandolo di suo gradimento, o perlomeno ridurrà all'osso la sua fattiva partecipazione all'insieme, strimpellando appena in un paio di pezzi tanto per fare colore.

Quello che non subirà tagli, invece, sarà la fattura che ci manderà alla fine.

(continua)

o - o - o - o - o

(*) Regola degli amiconi: la facilità e la rapidità con cui ci si mette d'accordo per qualcosa è direttamente proporzionale al numero di individui che compongono la comitiva (**).

Questo perché meno gente c'è e più si ha l'illusione di potersi permettere grande confidenza, essere tutti amiconi, appunto, e non si prova imbarazzo alcuno nel manifestare apertamente il proprio egoismo pronunciando frasi ("La prova martedì sera? Ma scherziamo, c'è la partita!" "Alle 4 no, il pomeriggio voglio andare a dormire...") che non si oserebbe neanche pensare davanti a un gruppo più numeroso e magari già compatto nell'aver preso una decisione.

(**) In realtà esiste un numero critico oltre il quale ciascuno torna di nuovo a comportarsi come fosse solo, fregandosene di tutto.

domenica 15 giugno 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 6

Ancora due tipi molto interessanti da buttare allo sbaraglio. Questi sono più che altro decorativi, ma almeno uno non dovrebbe mancare nel gruppo, per renderlo caratteristico.


La Mistica

Può essere anche un uomo, ma è più difficile.
Per la Mistica, la musica è un aspetto della vita indissolubilmente legato al karma, ai chakra, all'oroscopo cinese, alla reincarnazione, alla poesia cilena e forse anche alle parole crociate. E' più che sicura che gli alieni ci ascoltano e che continueranno a farlo, senza imparare mai a impiegare meglio il loro tempo.

Pur con questi presupposti, la Mistica è capace di perdere le staffe in maniera davvero spettacolare, e del tutto indipendente dall’effettiva gravità dell’inconveniente che si è presentato. Magari riesce a mantenersi calma durante uno spettacolo accidentato, e invece avere una crisi di nervi se qualcuno tossisce durante una prova. Probabilmente dipende dagli influssi astrali.

Da tener presente il fatto che la Mistica, proprio in virtù delle sue insicurezze, non si presenterà mai da sola, ma rappresenterà metà di un pacchetto indissolubile, l’altra parte del quale potrà essere costituita da un fratello/sorella, o dal marito, o –nei casi peggiori- dalla mamma. Questa seconda persona non sarà molto più affidabile della Mistica stessa, ma anzi, in certe occasioni contribuirà a destabilizzarne la psiche.

La Mistica è in realtà una persona dolcissima tormentata da veri problemi nella vita reale, ed è davvero difficile richiamarla all'ordine (e anche prenderla in giro in questo blog) senza sentirsi crudeli, tuttavia ella può fare enormi danni se lasciata a se stessa, poiché tutto intorno a lei tende a diventare ondivago e traballante come il suo equilibrio emotivo.
(Ah già, ma è proprio quello che volevamo...)


Lo Zombie

Lo Zombie è asessuato. Non fisicamente, è ovvio, ma se anche avesse il corpo e le fattezze di un figo pazzesco o di una supermodella nessuno se ne accorgerebbe, perché il suo fattore fascino è zero. Anche nella vita.

Esso/a se ne sta quasi sempre zitto in un angolino, magari impalato, con lo sguardo fisso nel vuoto. Gli altri tendono a dimenticarsi di lui nelle faccende che non riguardano direttamente l'esecuzione dei brani.
Contrariamente a quello che si può pensare, non fa uso di droghe né ha subito danni cerebrali. E' così di suo, dalla nascita, in ogni momento della giornata.

La specialità dello Zombie è la lettura a prima vista, in cui è imbattibile; se la cava egregiamente nel solfeggio e ha un ottimo senso ritmico. Se studia, è -insieme al Pignolo- quello che può fare la migliore figura tra i non professionisti. Globalmente, cioè, lo Zombie non danneggia il gruppo, al contrario.
Quindi, se lo scopo (non dimentichiamolo!) è invece quello di suonare male, occorre mandare lo Zombie in tilt, chiedendogli quello che non può fare, in modo da compromettere completamente la sua performance che altrimenti potrebbe essere troppo buona per i nostri piani autodistruttivi.

E' facile. Teniamo presente che lo Zombie si comporta così perché vive altrove, in un mondo tutto suo. E’ una persona fortemente emotiva da qualche parte in fondo. E' possibile che sia timido, oppure semplicemente svagato. Spesso sta pensando ad altro, a un film o a una storiella sentita da qualche parte (il che spiega perché talvolta sembri ridere da solo), magari sta progettando di scrivere un libro su tutte le corbellerie che la gente -che non bada a lui- dice continuamente in sua presenza.
In realtà quando vuole ascolta e ricorda benissimo ciò che avviene intorno, e quando meno te lo aspetti ti mette alla berlina su Internet.

Se ha un motto, non lo ha mai rivelato a nessuno.

Dunque: per mandarlo in crisi basta chiedergli di muoversi sul palco, parlare, entrare in scena da solo, improvvisare, far qualcosa che non sia suonare o addirittura mostrare un qualche spirito di iniziativa, in altre parole pretendere che si esponga come individuo senza nascondersi in mezzo agli altri. E' la cosa peggiore che potete fargli.


La tipica espressione di uno Zombie a cui è stato chiesto di improvvisare abbellimenti.
Ma perché gli fate questo? Non potete lasciarlo in pace? Eh? Che male vi ha fatto?


******

E con questo direi che abbiamo finito di insultare tutti i miei conoscenti…ehm, di esaminare il materiale che la realtà (sempre più allucinante di qualunque invenzione morbosa) ci offre per formare un insieme pazzesco!
Non che io pensi di aver esaurito tutte le possibilità. Ogni giorno nascono nuove forme di musicista dilettante, e una vita intera non basta a conoscerle tutte…perciò chiudo qui.

Continueremo nella prossima lezione illustrando il comportamento da tenere coi collaboratori occasionali del gruppo.

giovedì 5 giugno 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 5

Continuiamo la carrellata. Non c’è mai fine all’orrore…

Il Bieco Figuro

Il Bieco Figuro è, appunto, uno che solo all'aspetto riesce a spaventare pubblico e collaboratori. Ha una faccia patibolare, indossa completi da narcotrafficante, occhiali scuri da menagramo, magari porta la barba incolta da terrorista e cose così.
Intendiamoci, in realtà non è nessuna di queste cose, ma anzi uno che si guadagna la pagnotta normalmente. Solo che è pazzo.

Sarebbe dotato di un talento medio-buono per la musica, possiede molte potenzialità e una gran voglia di fare. All'inizio il suo arrivo è un toccasana per il gruppo: lui si mette sotto a lavorare come un mulo, a proporre tante cose, e pazienza per le sue maniere assai ruvide e il linguaggio poco fine.

Ma...a un certo punto qualcuno non potrà fare a meno di notare che le sue dieci nuove orchestrazioni di un pezzo sono, per l'appunto, sempre lo stesso pezzo in cui ossessivamente il Bieco Figuro ha cambiato qui e là una nota, una pausa, un disegno ritmico. E -cosa ancor più inquietante- a queste rielaborazioni praticamente identiche tra loro si affiancano invece pesantissimi rifacimenti in cui altri pezzi sono modificati e deformati in maniera irriconoscibile. Senza alcun apparente criterio, quindi, il Bieco Figuro talvolta si limita a copiare all'infinito la stessa partitura, mentre altre volte stravolge completamente quello che ha davanti ottenendo pasticci senza senso.

Poi egli comincerà a leggere manuali e trattati, e qui inizia il delirio.
A seconda di cosa si mette a leggere, potremo osservare decorsi diversi della malattia, ma l'esito purtroppo è sempre lo stesso.

Poniamo che il nostro legga un manuale o un trattato (magari d'epoca) sulla costruzione e manutenzione degli strumenti. Con un processo mentale molto simile a quelli che conducono il Megalomane (v. Lezione 4) a fare tante brutte figure, il Bieco figuro si convince facilmente di sapere costruire uno strumento molto migliore di quelli che il gruppo già possiede. Anzi, quelli che il gruppo possiede sono sbagliati, o almeno non sono stati sottoposti a una corretta manutenzione, come quella che lui ritiene di saper fare ora che ha studiato.

Eccolo dunque a sperimentare sugli oggetti in suo possesso e, una volta terminato questo trattamento, ad aspettarsi che i compagni gli consegnino con entusiasmo i loro strumenti da "mettere a posto", perché dovrebbero pur capire che "così non si può andare avanti". Il Bieco Figuro domanda ciò con la dolcezza che gli è caratteristica, ed espone le sue cortesi richieste agitando in modo amichevole un trapano e un flessibile, o magari una sega circolare.

Il modo talvolta volgare in cui i compagni (retrogradi, ignoranti e incapaci di apprezzare la generosità del suo gesto) reagiscono non può che ferirlo profondamente, e questa è probabilmente la causa prima del suo inevitabile crollo psichico.
Fino a quel momento, infatti, il Bieco Figuro ha tenuto a bada i lati oscuri del suo carattere, ma gradatamente essi prenderanno il sopravvento, proprio come il turpiloquio e le maledizioni pian piano sostituiranno quasi del tutto la sua parlata normale.

Ed ecco che prende forma l'altra faccia del Bieco Figuro: il killer (non del tutto) silenzioso. Proprio come l'ipertensione, egli logora tutti, crea un'atmosfera sempre più ostile e tesa, finché arriva la rottura. Non deve sforzarsi per questo, perché egli non ha mai sentito parlare di diplomazia nei rapporti umani, spesso neanche di buona creanza. Quindi, il nostro riuscirà negli anni a portare all'esasperazione i compagni e a silurarli uno per uno.

Fino al giorno in cui, ormai del tutto fuori di sé poiché il legittimo proprietario del cornamuto da lui forato nella parte posteriore per attaccarvi un comodo gancio da tracolla ha avuto l'ardire di lamentarsi, e magari umiliato e addolorato da come la gente continui a prendersela per le mail piene di insulti che lui invia a destra e a manca, il Bieco Figuro non se ne andrà in maniera burrascosa, sbattendo la porta e minacciando querele, poiché ovviamente è lui il perseguitato.

Probabilmente non riuscirà più a suonare con nessuno. Ma che soddisfazione aver silurato tutto il mondo in un colpo solo! Ora il nostro avrà tempo di dedicarsi al suo progetto di dulciana telecomandata dotata di puntatore laser.

La frase che si dice appena sveglio? "Ma chi se ne fregaaa?!"


Il Fasullo

I Fasulli esistono in due distinte varietà: ci sono gli Innocenti e i Furbastri.
Hanno in comune l’essere del tutto inutili nel gruppo.

Il Fasullo Innocente è una persona innocua che si stava facendo gli affari suoi, ma viene acchiappata quasi con la forza da un amico/conoscente che la introduce nel gruppo spacciandola per qualcuno capace di far qualcosa, tipo suonare le percussioni. Ma per questo disgraziato "suonare le percussioni" significa rullare in maniera artistica e imprevedibile, scrollare campanelli e percuotere clavette seguendo i propri moti dell’animo, non certo in base al banale ritmo del pezzo.

In effetti lui non è nemmeno in grado di sentirlo, il pezzo. Non conosce la musica, non capisce quando si inizia, né quando si finisce, e in mezzo si distrae. A volte si addormenta. Gli si danno gli spartiti, sebbene non sappia leggerli, giusto perché veda il titolo del brano e qualche consiglio del tipo "conta fino a 3" "guarda Tizio che ti dà il via" "alla fine smettila" e viadicendo. Ma si dimentica cosa vogliono dire le scritte e fa quello che capita.

Se si suona in strada non è raro che il Fasullo Innocente si allontani alla chetichella, per fumare o per andare a comprarsi un vassoio di paste. Non è un gran danno.
E in fondo cosa vogliamo, lui non ha mai desiderato suonare con nessuno, se ne stava tranquillo a casa!

Invece il Fasullo Furbastro è più insidioso, perché è lui che si offre volontario, proponendo varie cose, lanciando idee e progetti e nel contempo mettendo bene in chiaro quanto lui sia inadeguato e per nulla desideroso di lavorare per realizzarli. Egli dà quindi fin dall'inizio messaggi apertamente contraddittori ai colleghi, confondendoli col linguaggio e col comportamento. E' evidente che questo Fasullo -a differenza dell'Innocente- ha consapevolezza di ciò che bisognerebbe fare, e magari è anche preparato nella teoria, ma, semplicemente, non ci pensa neanche a studiare.

Gli importa meno di zero della figura che fa, o di ciò che gli altri pensano di lui, e in questo dimostra grande forza d’animo. O faccia tosta, dipende.

Le prove si dovranno fare in casa sua, poiché non c’è verso di trascinarlo da nessuna altra parte, e si dovrà accettare il fatto che mentre si suona egli continuerà a guardare la partita in tv o almeno a sentirla con le cuffiette.

In realtà, l'unica ragione per cui il Fasullo Furbastro ci si mette è la speranza di andare a bere dopo le prove o magari conoscere donne disponibili, sogni ingenui costantemente infranti.

Intanto, per la data fissata per il concerto lui non ci sarà, avendo prenotato per andare a vedere l'eclissi totale in Perù o i leoni marini nell'America del Sud.

domenica 25 maggio 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 4

Vediamo altri tipi di possibili candidati per formare il gruppo catastrofico.
Questi due sono davvero pericolosi, attenzione! Mi fa paura solo parlarne...

Il Megalomane

Il Megalomane, detto anche primadonna, è senz'altro lo stereotipo più noto nell'ambiente dello spettacolo, conosciuto anche dai profani. Se parliamo di musica antica, comunque, si può star certi che il 99% dei Megalomani sulla piazza è costituito da gente che ha seguito i consigli della Lezione n. 1.
Se per qualche motivo si vuole tenerlo nel gruppo, occorre tener presente che si ha a che fare con un bambino di tre anni: è sottinteso che farà solo quello che vuole lui, e nel modo che gli pare.

Bisognerà assegnargli la parte principale, e inoltre lui vorrà eseguirla col flauto sopranino in do o con un fischetto da infilarsi nel naso. Riempirà ogni battuta di abbellimenti selvaggi, totalmente fuori tempo e inadatti all'autore e al periodo. L'idea che esista un genere di musica polifonica in cui nessuna voce -nemmeno la più acuta- dovrebbe prevalere, in cui i vari strumenti dovrebbero fondersi e diventare indistinguibili come canne d'organo, e che guarda caso fosse proprio questo l'effetto che volevate ottenere perché è questo che si fa con un consort di flauti dolci cinquecenteschi non gli entrerà mai in testa, non sperateci, neanche a martellate.
Il Megalomane considera sempre tutti gli altri il suo accompagnamento.

Se la compagnia va a seguire le lezioni di un maestro per ottenere consigli, il Megalomane vorrà a tutti i costi esibirsi davanti al luminare, salvo poi non ascoltare nessun commento da lui né tantomeno seguirne gli insegnamenti; se si va da un costruttore di strumenti, il Megalomane vorrà elargire lui dei suggerimenti tecnici in base a qualche luminosa idea avuta durante il viaggio in macchina.

Il Megalomane non parla d'altro che di musica, cosa che può sembrare interessante all'inizio, ma che stufa dopo le prime 4-5 ore; inoltre ogni conversazione con lui rischia di finire in un litigio furioso con contorno di pugni sul tavolo e spartiti stracciati che volano in aria, il che difficilmente si rivela costruttivo per il gruppo.

La permanenza di un Megalomane in qualunque insieme è sempre piuttosto breve: un giorno la sua irritazione per le invidie e le inadeguatezze dei compagni che gli tarpano le ali raggiungerà il culmine, ed egli partirà per cercare fortuna su altri lidi, si spera lontani.

Esiste, certo, la possibilità che ci si trovi davanti a quell'1%, e che il nostro Megalomane sia davvero un genio, che perlomeno non faccia errori di solfeggio e sia intonato. In tal caso va valutata con cura l'opportunità di tenerselo buono (cosa che non è in contrasto con l'intenzione di far concerti schifosi: un solo musicista bravo non può salvare la serata, ma anzi farà risaltare ancor di più la pochezza degli altri).
Ma se indagate sul suo passato scoprirete che anche questo tipo di Megalomane non è mai rimasto per molto con le stesse persone, perché arriva sempre, prima o poi, il momento in cui gli altri decidono che non ne vale la pena. Quindi, vedete un po' voi.


La Principessa

Mentre più o meno tutti gli altri personaggi possono essere impersonati da uomini e donne (anche se con diversa probabilità), la Principessa è esclusivamente femmina.

A un'occhiata superficiale il Megalomane e la Principessa possono sembrare somiglianti, e in effetti in certe situazioni tendono a comportarsi nella stessa maniera. Ma vi è una differenza sostanziale nelle rispettive forme mentali e motivazioni profonde che mi inducono ad affermare che il primo ha diverse buone qualità in più.

Nel Megalomane è sempre presente, dopotutto, un genuino (anche se traviato) desiderio di migliorarsi, un sincero (purtroppo non ricambiato) amore per la musica: egli aspira sì a essere ammirato, apprezzato e lodato, ma solo in funzione delle qualità artistiche che crede di possedere.

Basta una sola breve sessione di prove perché sia chiaro a tutti, invece, che l'unico interesse/passione/obiettivo che la Principessa può avere nella vita é solamente se stessa, e mettersi in mostra perché sì.

La Principessa è ben determinata a farsi riconoscere dall'intero universo come la più bella, la più brava, la più simpatica, la più intelligente, la più sexy...La musica é solo una delle possibili attività in cui ella ha deciso, casualmente, di riversare il suo enorme ego, non certo una passione né tantomeno un bisogno primario.
Non a caso mentre il Megalomane è una figura tipica dell'ambiente artistico, la Principessa è nota purtroppo mietere vittime in ogni angolo del mondo, in ogni campo dello scibile umano.
La nostra è una musicista, ma avrebbe potuto invece fare la poetessa, l'astrofisica, la micologa. Tanto per dire.

Al contrario del Megalomane, la Principessa non ha tempo da perdere a studiare, faticare o cercare di progredire in qualunque modo, perché, che diamine, lei non ne ha bisogno: innanzitutto, lei è già perfetta, e poi in ogni caso, non la si vorrà mica giudicare da come sa suonare? Cosa c’entra? E' la sua presenza che fa la magia. L'importante è esserci, mettersi sempre in mezzo, far parlare di sé in qualunque modo.
E ovviamente, come per tutte le principesse degne di questo nome, farsi servire e approfittare di tutto e tutti nella maniera più sfacciata. Non aspettatevi che quando si parte per una trasferta o si va a mangiare dopo lo spettacolo lei porti il portafoglio, per esempio. Lei confida nel suo charme, nella sua simpatia, che sa bene essere una chiave che apre tutte le porte.

La sua frase standard, da pronunciarsi sospirando quando qualcuno le fa notare gli errori, è "A quest'ora non sono in forma!".

La Principessa possiede una collezione di spartiti e documenti vari davvero impressionante, e ciò che è più impressionante è che il 90% di essa è rubato. Sul frontespizio di ogni libro (o nel punto dove il legittimo proprietario aveva posto il proprio nome) campeggia un bellissimo timbro colorato di dimensioni enormi raffigurante le sue iniziali, realizzato appositamente per lei che dimostra, per l'appunto, che l'oggetto è suo, lo è sempre stato, e se per un po' era passato per altre mani era perché lei lo aveva generosamente prestato, come, non te ne ricordi?
(Nota: La Principessa non ha ancora trovato il sistema di porre un timbro indelebile anche sugli strumenti, ma ci sta lavorando. Prima o poi ci riuscirà. Quindi, occhio.)

Come fa? E' uno dei grandi enigmi della vita. Che sia il potere dell'autoconvincimento, ma per qualche misteriosa via il presunto fascino della Principessa riesce ad agire sugli altri esattamente come lei si aspetta che faccia. La Principessa riesce veramente a farsi obbedire e riverire. Sembra che tutti la detestino, che non sognino altro che di liberarsi dal suo giogo, di dirle quello che si merita e magari riprendersi la propria roba...ma non appena lei compare si zittisce ogni obiezione, e tutti quanti -non solo i maschi- docili si assoggettano ai suoi capricci. Non vi è scampo.

giovedì 15 maggio 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 3

Come ho anticipato, vediamo ora una delle fasi più delicate del procedimento, cioè la scelta dei componenti del gruppo.

Occorre mettere insieme le persone più psicotiche e litigiose, che mai avrebbero dovuto incontrarsi neanche alla fermata dell'autobus.
La realtà é che generalmente si prende quello che viene. Ma è comunque utile saper riconoscere le tipologie di candidati che si hanno a disposizione.

Vedremo le più importanti. Comincio dai due più simpatici.


Il Rassegnato

Il Rassegnato è uno che adora la musica e la segue da sempre, ma, sfortunatamente, sa di non possedere quel qualcosa in più per diventare veramente bravo. Se la cava, ma non è brillante, è troppo emotivo, magari addirittura timido, lo infastidisce il clamore e soprattutto è completamente privo dell'arroganza indispensabile per farsi strada negli ambienti artistico-culturali.

Questa consapevolezza lo rende eternamente amareggiato.

Intendiamoci, non è che il Rassegnato sia per forza un mattone, al contrario può anche essere simpatico e divertente: è molto probabile che almeno cerchi di esserlo, per compensare il suo senso di inadeguatezza. Ma nella musica tutta la sua tristezza emerge inconfondibile e schiacciante.

Persuaso che nulla possa essere tentato per migliorare il mondo, il Rassegnato subisce infelice le scelte degli altri componenti del gruppo -malgrado sia il più anziano, o addirittura il fondatore della compagnia- senza riuscire a far altro che lamentarsi in segreto e maledire la sorte.

Questo miscuglio di frustrazione, desiderio di rivalsa e complesso di inferiorità può portarlo ad assumere comportamenti fantozziani, la qual cosa crea un malefico circolo vizioso in cui il Rassegnato viene sempre più preso di mira e condannato a svolgere i lavori più ingrati e gli incarichi più demenziali. E non c'è nemmeno da domandarsi di chi è la colpa se qualcosa va storto.

Il Rassegnato non è una persona cattiva. Ma è poco prudente fidarsi di lui. Così, in generale.

La sua frase-tipo, nel congedarsi stancamente alla fine delle prove, è "Tutto quello che trovate e non sapete di chi è, è mio."


Il Pignolo

Come dice il nome, il Pignolo è quello che vorrebbe che tutto fosse perfetto.
Niente di male in questo desiderio, anzi. Ci sono molte cose che col duro lavoro e il giusto impegno possono essere migliorate.

Ma la natura umana è quella che è, e così pure la struttura degli strumenti. Suonare sempre perfettamente intonati è possibile solo con una tastiera elettronica, che ovviamente non fa parte dell'ensamble barocco/rinascimentale. Se il flauto si intasa per l'umidità, si intasa, e lamentarsi non può migliorare la situazione. Inoltre le (altre) persone hanno una vita al di fuori della musica, magari una famiglia e un lavoro vero, e non possono essere sempre disponibili per decine e decine di prove.

Il Pignolo ha sempre qualcosa da dire, su quasi qualunque argomento. E' in grado di improvvisare una conferenza con pochi secondi di preavviso, magari in tedesco. Ma solo se nessuno lo desidera. Sciaguratamente, le sue doti oratorie colano a picco quando sarebbe richiesta una sua presentazione dello spettacolo davanti a un nutrito pubblico: in tali circostanze, il Pignolo ha un violento attacco d'ansia da palcoscenico e riesce a malapena a leggere i propri appunti, impappinandosi, arrossendo e ricandendo in quel fastidioso difetto di pronuncia che credeva di aver eliminato nell'infanzia.

Se il Pignolo è entusiasta di una qualche idea o iniziativa, è impossibile che agli altri non piaccia. Se così accade, lui non vuole saperlo. Del resto il suo entusiasmo è talvolta davvero contagioso: purtroppo lui finisce per rovinare tutto esagerando e sequestrando le persone per ore e ore per suonare fino allo sfinimento.

Ha sempre sulle labbra espressioni del tipo "l'Arte del Maestro", "il vero spirito della musica", "è così che si dovrebbe lavorare" e simili.

Il suo grido di battaglia? "Siete stonatiii!!!"

Ma il Pignolo è tanto critico nei confronti delle persone (se stesso compreso) quanto indulgente verso gli scherzi del destino: è veramente capace di autoconvincersi che un cataclisma (es: un clavicembalo che rovina a terra sfasciandosi) sia in realtà un fatto positivo che apre un mare di nuove possibilità.

Tutti criticano il Pignolo, deriderlo o provocarlo è quasi obbligatorio, perché è per definizione uno che rompe. Il fatto che spesso egli sia veramente una persona di cultura e buon senso, che sia magari un buon musicista e dica cose giuste non può che essere un'aggravante.

venerdì 2 maggio 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 2

Come detto, suonare male è la prima cosa. Ma non basta, no! Bisogna impegnarsi a dare il peggio di sé prima, durante e dopo l'esibizione.
Ecco altri consigli.


Programma diabolico

La scelta sbagliata dei pezzi è ciò che -anche da sola- può trasformare la serata in un disastro.
Prendete i brani più difficili tecnicamente, quelli che richiedono che i suonatori siano calmi e concentrati e gli strumenti perfettamente pronti e intonati o qualche altra condizione impossibile da ottenere nei primi minuti dello spettacolo e schiaffateli in apertura, magari di seguito senza pause, in modo da sfruttare l'effetto accumulo (ma non tutti, ricordatevi di lasciarne uno per il gran finale) e metterete in difficoltà anche i musicisti più scafati.
Se siete stati così improvvidi da non includere nel programma nessun pezzo difficile (ma come sperate di farvi notare?), ripiegate su quelli più brutti, oppure complicati, involuti, scritti ed eseguiti in maniera non immediatamente fruibile dal grande pubblico (brutti, appunto).
Un'altra mossa azzeccata è addirittura cambiare il programma inaspettatamente in corso d'opera.


Teatro nel teatro

Una cosa davvero alla portata di tutti: comportarsi da imbecilli a ogni pié sospinto mentre si è sul palco.
Mostrare chiaramente che ci sono tensioni e malumori nel gruppo, litigare e discutere animatamente in diretta, anche interrompendo l'esibizione.
Fare pause lunghissime tra un pezzo e l'altro, sfogliando febbrilmente gli spartiti e guardandosi confusi a vicenda per far capire che non si ha la più pallida idea di cosa venga dopo, o che si è dimenticato a casa qualcosa di importante.
Invitare ad assistere qualcuno che non ve ne passi una, mettendosi a sghignazzare a ogni piccolo intoppo. Se avete un amico/a dotato/a di una risata particolarmente irritante e demoniaca, questo è il momento di chiamarlo/a.
Attenzione: questi siparietti non devono risultare comici, altrimenti lo spettacolo potrebbe finire per piacere a qualcuno!


La giusta cornice

Preparare l'ambiente. Anche qui ci sono tante possibilità.
Si può incaricare il tipografo più analfabeta di stampare programmi e manifesti tutti sbagliati in cui ogni parola a lui sconosciuta viene sostituita da qualcos'altro (esempio realmente accaduto: "il testo originale è stato interpellato da una raccolta di brani dell'epoca" anziché interpolato, "interpretato da uno strumento antico" anziché strumentario), oppure farsi da soli brochure con foto assurde dei componenti del gruppo che si fanno i fatti loro al bar, ignari di essere stati ripresi.
Accertarsi che nel luogo dello spettacolo non ci sia riscaldamento (se d'inverno) o aria condizionata (se d'estate): il vero musicista-catastrofista si esibisce solo a temperature inferiori a 4 o maggiori di 38 °C, ricordarselo! Altrimenti gli strumenti potrebbero funzionare bene. E' consigliabile anche fare in modo che l'acustica sia pessima, si stia in mezzo alla corrente, non ci siano nemmeno le luci.
Vestirsi con abiti ridicoli anche se non é in programma alcuna rievocazione storica o folkloristica, e sottolineare quanto siano scomodi quei costumi continuando a grattarsi per ogni dove e contorcersi sulla sedia come tarantolati. Si suggerisce l'uso di barbe finte per chi suona strumenti a fiato, gorgiere per i violinisti e chi più ne ha più ne metta. Per tutti, penso, tornano bene le moffole.

Non ho certo dimenticato l'accorgimento più importante, cioè la composizione del gruppo, argomento che ho lasciato per ultimo perché merita un trattamento esteso a parte.

venerdì 25 aprile 2008

Come fare concerti schifosi – Lezione 1

Concerti brutti, concerti schifosi…non è la stessa cosa. Suonicchiare così così, fare spettacoli mediamente brutti e deludenti è piuttosto facile. Basta non impegnarsi, non aver cura degli strumenti né di se stessi (non limarsi le unghie, dimenticare gli occhiali), fare prove tirate via in fretta e non studiare. Qualunque idiota può riuscirci. No, noi vogliamo puntare più in alto: creare un evento davvero disgustoso, rimanere per anni come pietra di paragone negativa nella memoria scioccata degli spettatori. Ciò richiede impegno tanto quanto creare un'opera d'arte.

Vedremo in queste lezioni alcuni accorgimenti, alcuni facili da adottare, altri meno, ma tutti sperimentati e di sicura efficacia.

Primo consiglio: Suonare male

Ah, già, era ovvio. Pensate sia facile? Scontato? Alla portata di tutti?

NO!

Suonare sempre male è facile per un novellino, ma dopo diventa un impegno a tempo pieno. Se vi arrabattate in una qualunque attività, e provate provate provate, inevitabilmente finirete per migliorare. Magari di poco, ma giusto quel filino che basta per ritrovarvi tagliati fuori dalla privilegiata categoria dei "Negati assoluti - da evitare come la peste" per affondare nello sterminato mare dei "Mediocri - insignificanti", che è quanto di peggio possa capitare.
Dunque, per essere certi di non migliorare mai nonostante l'esercizio (nella musica come in qualunque altra disciplina) non c'è che una strada, tutta in salita:

farsi vanto della propria ignoranza e difenderla da ogni attacco.

Dovrete naturalmente imparare qualcosina all'inizio: la diteggiatura, le note sul pentagramma, da che parte si gira lo strumento, se si mette in bocca o si tiene sottobraccio e così via. Queste cose non ve le potete proprio inventare. Ma cominciate bene l'opera evitando nel modo più assoluto di chiedere aiuto a chi potrebbe rendervi le cose più facili o diononvoglia seguire un corso, fosse anche per corrispondenza. L'Arte non si insegna e non si impara! E voi ne sarete la dimostrazione vivente! Volete mettere la soddisfazione di impiegare 3 anni per trovare da soli le note sul flauto dolce, che un bambino normodotato delle medie impara a suonare in 1 mese? Seguire le regole e i consigli distillati da secoli di esperienza di chi è venuto prima di voi è stupido e frustrante, specie quando non capite cosa significhino, quindi dite basta!

Essere del tutto autodidatti vi darà un ulteriore vantaggio: non sentir neppure parlare del solfeggio, dell'importanza dell'intonazione, del fraseggio o altri concetti nemici della creatività.
Nessuno deve dirvi come si suona un pezzo, nemmeno l'autore.

E una volta che sarete riusciti, a parer vostro, a riprodurre la melodia della canzonetta/ballata gaelica/sonata per violoncello che vi piace tanto non avrete bisogno di nient'altro: uno che suona è un musicista, giusto? Potete prendervi gioco di tutti quelli che continuano a sostenere che occorrano anni di studio e un buon maestro per crescere: tutti incapaci invidiosi o, peggio, loschi figuri che vorrebbero vendervi un corso.
Non ascoltate nessuno, neanche per sbaglio al bar: le loro parole potrebbero penetrarvi nel cervello come un virus e contagiarvi di senso critico, addirittura insegnandovi qualcosa.

Ma, mi raccomando, non siate egoisti: voi al contrario dovrete essere prodighi dei vostri consigli. Quando vi trovaste a suonare in un gruppo...
Certamente solo qualche club suicida giapponese potrebbe volervi davvero tra i suoi membri, per dare una spinta agli indecisi, tuttavia possono verificarsi circostanze per cui gente normalmente provvista di udito e gusto musicale si sentirà spronata a invitarvi ugualmente (circostanze positive: siete belli e ricchi, proprietari di un teatro, assessori alla cultura; circostanze negative: non c'è nessun altro disponibile, siete un boss mafioso, un assessore alla cultura).
Quando vi trovaste a suonare in un gruppo, dicevo, fate vostra la missione di elevare al vostro livello gli altri componenti (elevare o abbassare, che importanza ha: alto e basso dipendono sempre dal punto di vista), condividete col mondo il vostro talento!

E se un giorno voleste cambiare carriera, sappiate che come effetto collaterale avrete anche sviluppato la mentalità giusta per diventare un aspirante scrittore.

mercoledì 16 aprile 2008

Canzoni dell'orrore

Cassetta indemoniata: pussa via!

Sono sempre stata impressionabile. Troppo.
Oltre alle normali paure dei bambini ne avevo alcune inspiegabili e stupide.

Quando ero piccolina eravamo assai poveri, tanto che -sebbene mia madre e mia nonna adorassero la musica, come me- ci dovevamo accontentare della radio, dei 45 giri di quando erano ragazzi i miei zii e delle stesse 4-5 musicassette che ascoltavamo a ripetizione. Erano compilation di successi di quegli anni, e anche di prima che io nascessi. Le conoscevo a memoria. Ricordo ancora qualcosa.
Alle porte del sole...Champagne...Felicità ta ta...

Ma chi se ne frega? Vabbé il diario online, ma non esageriamo. E poi così si capisce quanti anni ho in realtà...mettiamoci una pietra sopra.
Tornando in argomento, c'era una di quelle cassette che evitavo, ogni volta che potevo scegliere, di mettere su perché essa conteneva (brivido) Canson de Natale, in genovese, cantata dai Trilli. Una canzocina pastorale, serena, dal testo -come si può immaginare- idilliaco che descrive il Bambino nella sua capannuccia.
A metà del brano vi è una breve sequenza in cui i cantanti, con fare giocoso, imitano con la voce il suono delle zampogne, facendo un bordone grave e insistente: UUUUUMMMM...da farti rimpiangere le unghie sulla lavagna. (*)

Ma la cosa peggiore era un'altra. Era come la canzone cominciava. Iniziava in sordina, con un coretto infantile che farfugliava una litania incomprensibile e funesta, in crescendo, implacabile e demoniaco, sempre più forte...finché non scoppiavo in lacrime.
Credo che anche la chiusa fosse simmetrica, ma non ricordo con chiarezza, non penso di averla sentita finire molte volte.

In realtà tutto questo terrore è nato da un equivoco.
Il coretto diceva semplicemente din don alleluia.
Ma io, bambina di cinque anni che non frequentava mai la chiesa, non conoscevo la parola "alleluia" e per questo motivo non udivo che suoni inarticolati che lasciavano presagire un orrore incombente, l'evocazione della bestia che emerge dagli abissi.

Quindi è tutta colpa di mia madre, che non mi ha dato una buona educazione cattolica.

Ormai la cassetta è ultrarovinata, quasi inascoltabile; recentemente ho tentato di ripescare la canzone su emule o simili ma non l'ho mai trovata, chissà perché.

(*) Nota: Oggi è risaputo che alcune frequenze di infrasuoni provocano senso di disagio e angoscia, disturbano il ritmo cardiaco, inducono illusioni visive e a volte possono preannunciare il terremoto, quindi la mia antipatia per i suoni molto gravi non è poi tanto irragionevole.

sabato 5 aprile 2008

Spifferate


Mi sono registrata su Blogitalia anche sotto la categoria "Musica" quindi bisognerà che inizi a trattare l'argomento.

Non è facile per me parlare di musica; la considero senza dubbio la più bella creazione dell'uomo in assoluto, ma nonostante io abbia studiato a suo tempo teorie solfeggi e quant'altro ho con essa un rapporto molto istintivo, potremmo dire viscerale. Potremmo, ma non mi piace viscerale, mi fa pensare a budella sparse, diciamo allora semplicemente fisico.
Non è facile parlare di una sensazione fisica, soggettiva.

Ascoltare un pezzo che mi piace è come addentare una bella fetta di pizza appena sfornata (o una fetta di torta se preferite, io sono più per il salato), una goduria, una beatitudine che cancella ogni altro pensiero. Pare che sia stato ormai appurato che in certe persone (geneticamente?) predisposte l'ascolto della musica preferita scateni tutta una serie di reazioni chimiche e fenomeni elettrici nel sistema nervoso, culminando nella produzione di endorfine e sostanze varie che inducono una sensazione di benessere che neanche la droga...
Non fatico a crederlo. Il concetto è stato mirabilmente espresso da Vikram Seth nella chiusa di Una musica costante, frase che ho messo come apertura del blog, quindi non ci sto a ricamare ulteriormente sopra.

La conseguenza di tutto ciò è che a me, come penso a tutte queste altre persone che vivono la musica in tal modo, non frega assolutamente niente del perché e percome il pezzo è stato scritto, né da chi, né in cambio di cosa.
Esiste davvero chi, nel rotolarsi tra gli intingoli, nell'immergere voluttuosamente la faccia nella torta alla panna si domanda che tipo di persona sia il cuoco, che ideologie/religioni sostienga, che partito voti, se abbia cucinato per passione e amore per la Grande Cucina Universale o se abbia voluto orrore essere pagato, e magari aspetta di saperlo per decidere se il cibo gli piace o meno?
Spero vivamente di no.

Bando alle polemiche. Il mio nick, Auletride, allude alle suonatrici di flauto che allietavano i banchetti nell'antichità (non solo suonando, penso, ma questo non mi riguarda) e mi è sembrato un soprannome adeguato visto che anch'io, a tempo perso, sono una flautista. Il mio strumento non è ovviamente quello dei Greci, bensì il flauto dolce o diritto (Blockflöte, flûte à bec, recorder), strumento di antichissime origini che ha conosciuto grandi splendori per poi cadere in disuso assai rapidamente alla fine del '700 quando i gusti del pubblico sono cambiati (come accade a tutte le cose).

Posso dire di avere qualcosa in comune con Umberto Eco!



Ecco un paio dei miei "bambini"...


Altri strumenti nel corso del tempo hanno potuto adattarsi alle nuove esigenze di compositori e pubblico con qualche correzione strutturale, espandendo (o spostando?) l'estensione, esplorando diverse possibilità dinamiche (cioè di suonare più piano o più forte) mai cercate prima.Il flauto dolce da questo punto di vista ce l'aveva in un piede, essendo nient'altro che un tubo di legno forato con una specie di fischietto all'estremità. Una struttura semplice ed essenziale, di immediato utilizzo che ben difficilmente può "guastarsi", ma che per contro, come tutti gli oggetti semplici, non offre alcun margine di intervento. Il flauto ha una voce delicata ma fievole, e soprattutto sempre uguale (cioè bassissima). Non si poteva far nulla per renderlo alla moda.



L'incredibile tecnologia di cui è composto un flauto dolce!


Quindi esso è stato abbandonato ed è rimasto così da allora, testimone di un'epoca in cui la musica viveva di sfumature e chiaroscuri, di effetti minimali affidati più all'intenzione dell'esecutore e alla volontà dell'ascoltatore di coglierli che sulla reale risposta dello strumento.

L'utilizzo del flauto dolce, in una versione se possibile ancor più semplificata, per avvicinare i bambini alla musica è una splendida idea, io stessa ho scoperto il mio talento in questo modo e non mi passa per la testa di fare la snob...purtroppo però questa iniziativa ha avuto la spiacevole conseguenza di far apparire questo strumento come un giocattolo agli occhi della gente, un pifferino da considerarsi nel migliore dei casi come propedeutico alla musica "vera".
Non so quanti sappiano che è esistito un ricco repertorio per flauto dolce, che autori del calibro di Bach e Vivaldi lo hanno tenuto in gran conto, che non si tratta (non necessariamente cioè) di un affarino di plastica che si trova nelle patatine.

E non penso che un suonatore di fagotto, tanto per citare un nome che si presta anche lui allo scherzo, raccolga nel corso della sua carriera altrettanti sfottò sul nome dello strumento (effettivamente è buffo fagotto ahaha...): mille lire per ogni flauto storto o caramellato mi avrebbero resa ricca.