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venerdì 28 settembre 2012

Attesa

Il romanzo è nelle mani di una persona esperta che dovrebbe darmi un parere serio...sullo scritto in particolare e sulle mie capacità in generale.
 
Ma il mio capolavoro gli ha fatto esplodere l'ereader e quindi la valutazione andrà per le lunghe.
 
Non mi ha dato esplicitamente la colpa, non ce n'è bisogno.
 
Intanto mi tormento: partecipare o meno al NaNoWriMo 2012? L'anno scorso in fin dei conti mi sono divertita...Naturalmente non ho un nuovo progetto, non ci penso nemmeno...l'ipotesi sarebbe quella di rispolverare il vecchio, primissimo romanzo fantasy e approfittare della maratona per scrivere la maledetta seconda parte che non ha mai visto la luce.
 
Ma prendo il materiale e mi viene la nausea. Troppa roba a cui pensare. C'era un motivo se l'avevo abbandonato: la storia mi piace ancora, ma mi sommerge, è TROPPA!
 
Aiuto!
 
 

domenica 26 agosto 2012

Non ci credo

È forse possibile che abbia veramente concluso la seconda revisione del mio romanzo fantasy a sfondo fantascientifico, che in questi giorni compie due anni e un mese, e che davvero ci sia nel contenuto tutto quello che ci deve essere?

Che abbia eliminato tutti i (pochi) errori, le (apparenti) incongruenze e le (moltissime) dimenticanze e che quindi il manoscritto sia pronto per essere letto da qualcuno per perfezionare la forma?

Pensare che avevo iniziato senza troppe pretese, da un'idea venuta così, e doveva essere solo un racconto che prendeva spunto da varie stupidaggini...

C'è un pochino di questo


un po' di quest'altro



e soprattutto la sconvolgente scoperta che i ragni, pur riproducendosi sessualmente e dovendosi accoppiare, non hanno il pisellino.


Coosaaa?!?


Mi dispiace, signorina, la natura a volte è davvero matrigna.

lunedì 26 ottobre 2009

Buttarsi dalla torre…per 523 pagine

Quando era uscito La ragazza della torre, di Cecilia Dart-Thornton, avevo leggiucchiato recensioni entusiastiche, ma mi era caduto l’occhio anche su qualche parere negativo. Sfortunatamente, questi pareri erano frasi del tipo “è brutto”, veramente illuminanti, quindi alla fine, complici gli sconti, mi sono lasciata tentare.

Ecco, non mi ha convinta.

Ora, sorvoliamo sul traduttore davvero sveglio che evidentemente non aveva capito che il sesso della protagonista dovesse essere un piccolo colpo di scena…devo ammettere che sin dall’inizio sono stata infastidita dal taglio generale della narrazione.
Pensavo fosse una questione di stile e di gusti: l’autrice ha una prosa prolissa, lenta all’inverosimile. Di per sé questo non è un errore. Però…si esagera. Capisco che si tratta del primo volume di una trilogia, e magari certi elementi acquisteranno importanza in seguito, ma c’è un’insistenza smodata su dettagli marginali.
Che ci importa, ad esempio, del matrimonio tra i due nobili che avviene all’inizio? Questi tizi riappaiono poi, o era solo una festa qualsiasi, e in tal caso che ci frega se le nozze erano combinate ma in realtà i due si piacevano e tutta questa pappardella?
Abbiamo capito che Thorn è bravo a trovare cibo nei boschi, non è necessario descrivere ogni singola pianta commestibile e il modo di cucinarla. Nemmeno sapere come fare le perline con le rose e sorbirmi l’elenco delle faccende domestiche quotidiane di Silken Janet mi sembra fondamentale. E così via. Quasi in ogni pagina ci sono dettagli superflui come questi e no, mi dispiace, non fanno atmosfera, non quando mi vengono propinati con questo tono da maestrina saccente. Sono solo noiosi.

La trama principale progredisce di pochissimo in tutto il libro, e questo ha via via smorzato il mio entusiasmo. Non sono una patita della velocità, anzi. Ma scrivere decine di pagine di gente che si racconta a vicenda antiche leggende anziché farmele vivere direttamente nella storia che senso ha? Ammesso che abbia un senso, già a priori, inserire leggende irlandesi tali e quali nel libro senza rielaborarle un minimo, senza personalizzarle.

Ma poi sono semplicemente troppe. Troppa roba inutile in quelle che alla fine sono 500 pagine di camminate nei boschi.

Immaginiamo di avere di fronte un palcoscenico e di vedere la storia.
Ecco, per quel poco che ne so (Sandro correggimi), in teatro ci sono attori e comparse. La divisione è netta. Se sei una comparsa, stai sullo sfondo, stai zitto, non vieni tra i piedi e sostanzialmente servi a fare “colore”. Gli attori si accorgono della tua presenza, ma non parlano di te per tre quarti del tempo. Non è concepibile che passi loro davanti, che interrompi i monologhi, che fai chiasso per i fatti tuoi.
Se invece vieni avanti, allora non sei più una comparsa. Sei un attore, un comprimario o anche un personaggio piccolo piccolo con una sola scena, una breve battuta: bene, DILLA!

Ho avuto questa netta impressione riguardo alle creature magiche del romanzo: l’autrice non ha deciso se dovevano essere attori o comparse. Col risultato che sono invadenti in maniera assurda senza che in realtà servano a niente. Assistiamo a una parata infinita di esseri strani senza che questi influenzino la storia in maniera significativa – o meglio, in maniera caratteristica, perché a inseguire i personaggi e tentare di divorarli avrebbero potuto essere benissimo animali selvatici del tutto normali.

Insomma, mi sono annoiata. Ci sono buoni spunti, alcuni momenti interessanti, ma scompaiono nella superficialità generale. E’ tutto vago, non ci si emoziona. Lo stile rimane pesante, didascalico, anche nelle scene che dovrebbero essere veloci, e questo frena tutto.

Il particolare dei cappucci, poi, mi ha esasperata. Occhio, è un piccolo spoiler.
Sin dall’inizio vediamo che si dà grande importanza a che tutti tengano dei cappucci speciali quando sono all’esterno, la gente sembra terrorizzata da quello che potrebbe accadere altrimenti, e in un episodio capiamo che questa paura ha a che fare con le “tempeste magiche” che di tanto in tanto si verificano. Bene, pensa il lettore, si vede che se qualcuno si fa sorprendere a capo scoperto durante una di queste tempeste gli accade qualcosa di orribile…che so, impazzisce, viene rapito dai folletti, muta in un mostro ripugnante?
Ecco infine la verità: le emozioni forti potrebbero “impressionare” l’atmosfera, facendo sì che per molti secoli a venire l’immagine della persona compaia in quel luogo ogni volta che arriva la tempesta. Aaaahhh che paura, che orrore, che…un momento.
Ma chi se ne frega?!
Certo, la cosa ha creato non pochi problemi in passato: siti in cui sorgevano città sono ormai invivibili perché popolati da questi “fantasmi”. Ma ce li vedo proprio, gli abitanti di oggi a vivere angosciati dal timore di far paura agli ipotetici posteri!

Il finale lascia la vicenda principale (per chi ancora se la ricorda) in sospeso, com’è ovvio, ma non penso di affrettarmi a leggere il seguito. Tanto me lo immagino: per 200 pagine mi descriverà come si vive in una casa, con tutto l’elenco dei lavori domestici, o qualcosa del genere.

Per il momento, passo.

lunedì 12 ottobre 2009

Eccoo-ooohh!!!


Sento che ci siamo, qualcosa sta venendo fuori dalle mie fatiche romanzesche…romanzate…romanziformi.
Sono in una fase di riflessione, quella in cui non procedo con lo scritto vero e proprio ma cerco di programmare e definire le cose che lascio sempre indietro.

Tempo fa sono stata una giornata a calcolare le fasi lunari del mio mondo.
Superfluo, visto che posso inventarmele come mi pare e nessun lettore sarebbe in grado di rimproverarmi un eventuale errore? Forse superfluo, ma non inutile, no, perché il mio mondo ha due lune con un ciclo sfasato, e rendermi conto che le notti in cui entrambe le lune sono invisibili sono rare fa sì che io possa attribuire a queste notti buie un significato speciale. Insomma, sono particolari che suggeriscono idee nuove.

Ieri mi sono messa d’impegno a disegnare una mappa in scala. Anche se non ho intenzione di annoiare i lettori con viaggi avanti e indietro, bisogna averla, un’idea delle distanze.
E anche se c’è una spiegazione di come popoli diversi siano finiti a vivere stipati lì, non è bello dare l’impressione che il mondo si giri a piedi in pochi giorni, incrociando decine di civiltà diverse che stanno gomito a gomito.
Ora, il continente mi viene grande circa 1200x1000 chilometri. Sarà sufficiente? A me sembra grande, per un popolazione tutto sommato alquanto scarsa. Non voglio che il clima cambi drammaticamente dal nord al sud, quindi direi che siamo al limite.

Ora devo stare attenta. Mi manca poco per chiudere la prima metà e non mi devo fermare, le aggiunte e le modifiche ai primi capitoli le devo fare dopo. Non mi devo perdere dietro alle date, poi la cronologia si aggiusta, devo scrivere…accidenti…

E ho anche trovato un titolo…UN TITOLOOO…
Se non basta questo a darmi una nuova sferzata di energia!!!

Buongiorno, sono il titolo

mercoledì 13 maggio 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 2

Continua dal post del 29/4.

Dicevo, adoro questi libri perché l’incanto della Land e dei suoi abitanti ha subito fatto presa nel mio animo sensibile e bisognoso di conforto e sicurezza.
Naturalmente non tutto fila liscio neanche in questo mondo ovattato. La Land ha già conosciuto in passato brutti tempi e cataclismi, è già stata devastata rimanendo sterile e disabitata per secoli per via di un tremendo rito sacrilego invocato, pensate un po’, dal buono della storia, Lord Kevin.
Quando si dice la disperazione.
Perché è questo che Lord Foul fa alla gente.

E poi Thomas Covenant entra nella Land come il classico rinoceronte nella cristalleria (o era un elefante?): aggrappandosi alla convinzione che sia tutto un sogno, lui non vuole saperne, soprattutto quando quelli che incontra si ostinano a scambiarlo per la reincarnazione di una figura mitica e ad aspettarsi che lui usi un incredibile potere per aiutarli contro le forze del male.
No, Covenant ripete millanta volte che non gliene frega niente, non sa cosa fare, non sa usare questo potere, vuole stare in pace. Intorno a lui accadono disgrazie, muoiono come mosche, ma lui rifiuta di farsi coinvolgere, un lebbroso non può permetterselo.
Covenant insulta tutti, tratta male tutti, mette alla prova di continuo la pazienza di questa gente mite, commette persino un crimine odioso, all’inizio, che può far scappare la voglia di proseguire nella lettura. La giustificazione che dà a se stesso quando nonostante tutto prova un po’ di rimorso per il suo comportamento è che il suo coinvolgimento emotivo è proprio ciò che Lord Foul vorrebbe: il maligno in questo mondo agisce così, induce ciascuno a distruggere quello che ama.
Ergo, non affezionarsi alla Land è l’unica maniera per Covenant per essere sicuro di non rischiare di danneggiarla.

Ora, è facile per il lettore dargli addosso, disapprovare, far finta di non capire come mai il nostro non è felice di essere stato curato, di essere ammirato come un eroe e poter vivere una grande avventura ecc ecc…ma il fatto è che Covenant ha ragione.
E’ proprio questo quello che accadrà.

Come già detto, la lebbra è anche una metafora di ciò che pian piano succederà alla Land. Assisteremo a un progressivo disfacimento, alla corruzione di tutto, alla rovina e alla putrefazione volute da una mente malefica (macché Lord Foul, sto parlando dell’autore). Uno spettacolo straziante, per noi lettori e per il povero Covenant che si rende conto che tutto ciò è in gran parte colpa sua, che in qualche modo è tutto conseguenza più o meno diretta delle sue azioni, ed era proprio vero che se non avesse fatto niente sarebbe stato meglio…e noi ci sentiamo colpevoli con lui, come se il solo fatto di aver posato i nostri occhi impuri sulla Land fosse bastato a corromperla.

Perciò il finale è solo in parte consolatorio. Ciò che se n’è andato non tornerà mai più. Soprattutto l’innocenza. Perché è vero che un mondo così pulito non può esistere. Neanche lì.

Cosa rappresenta Lord Foul? Non vuole conquistare, non vuole comandare, vuole solo distruggere. E, se è vero che mette su un esercito di mostri, il modo in cui riesce veramente a fare del male è mettendo ciascuno di fronte ai propri limiti, alla propria inadeguatezza. E come può qualcuno da sempre convinto che i buoni propositi bastino per ottenere buoni risultati sopportare di scoprire che non è così, che si possono fare sacrifici sovrumani con la massima buona fede e fallire ugualmente?

Gli abitanti della Land non ci riescono. Perché sono troppo innocenti, e soccombono.

Lo capisce infine Covenant, lo capisce il personaggio che lo accompagna nel viaggio finale –che rinuncia alla vendetta e usa invece le sue ultime forze per aiutare un amico-, lo capisce Lord Mhoram quando ha l’intuizione sul fatto che sia proprio il loro giuramento di pace, il loro totale rifiuto della violenza a impedire ai nuovi Lord di proseguire nello studio dell’antica sapienza, a inibire il loro progresso.
L’unica cosa che può tener testa a Lord Foul è la speranza, ma non quella infantile di chi non conosce il male. Quella sofferta e conquistata di chi ha già visto il mondo crollargli addosso, di chi è già sprofondato, ha fatto tutto il giro ed è riemerso dall’altra parte. Di chi ha visto benissimo il male in faccia, lo ha subito e lo ha anche –purtroppo- commesso, ma rifiuta di farsene distruggere.

Non proprio una morale così banale e scontata, per un fantasy degli anni ’70, no?

Possibili critiche superficiali che non fanno piacere Donaldson a prescindere?

Il suo linguaggio è barocco, verboso, sempre molto impegnativo. Teniamo però presente che io –non un’amante delle lungaggini e delle descrizioni gonfiate- l’ho letto pure in un’altra lingua e non ho fatto tutta questa fatica. Penso però che in parte sia voluto: le maniere rudi di Covenant risaltano ancora di più in mezzo a gente che si esprime con toni poetici, usando molti termini desueti…Una sforbiciata ogni tanto gli avrebbe fatto bene, però, non lo nego. Spesso l’autore si perde a ripetere troppe volte concetti ormai chiari.

L’anello. Già, la storia gira intorno alla fede nuziale di Covenant, che nella Land avrebbe un irresistibile potere. Questo fa subito sbuffare alcuni: ecco il solito amuleto magico, per di più proprio in forma di un anello! Non poteva sforzarsi un po’, questo Donaldson?
In realtà la fede di oro bianco non è un oggetto magico qualsiasi, un oggetto magico “stupido” che può essere preso e usato da altri. Non è un oggetto magico affatto. Il potere sta interamente in Thomas Covenant, e alla fine si riduce tutto alla sua testardaggine, al non volergliela dare vinta né alla malattia né a Lord Foul.

E poi i nomi. Molti nomi di luoghi, popoli ecc ricordano vagamente alcune denominazioni di Tolkien. Credo sia un omaggio, o magari un fatto in parte involontario: questa è l’opera prima di Donaldson e lui stesso ammette di essere stato grandemente influenzato da Tolkien. Cosa c’è di male?
“Lord Foul” non è ovviamente il vero nome del nemico, ricordiamolo, ma solo uno dei modi in cui gli abitanti della Land lo chiamano. Anche noi abbiamo diversi e coloriti nomignoli per il diavolo.
…ok, Lord Kevin. Va bene. E’ un po’ come se fosse, per noi, “il grande Gigi” o qualcosa del genere. Ha lasciato perplessa anche me. Ma in fondo è un nome corto, semplice, le sillabe pronunciabili dall’apparato fonatorio umano non sono infinite e non è impossibile che per caso escano fuori nomi uguali in lingue di ceppo totalmente diverso. “Vercingetorige” sarebbe stato un altro paio di maniche.

Bene, questi erano i miei quattro pensieri sparsi su questa serie. Come vedete, sono impaziale e non mi sono fatta prendere la mano (anzi la penna) dalle mie preferenze personali. Non lo faccio mai.
Comunque non ho ancora finito.

mercoledì 29 aprile 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 1

L’assai poco conosciuta (e apprezzata) in Italia trilogia The Chronicles of Thomas Covenant the Unbeliever (1977) di S. R. Donaldson è composta da:

Lord Foul’s Bane (La conquista dello scettro)
The Illearth War (La guerra dei giganti)
The Power that Preserves (L’assedio della Rocca)

Sebbene siano stati tradotti, ne parlo lasciando titoli e nomi in inglese perché è così che li conosco io.
(Sulla qualità della traduzione non so nulla, ma mi sento diffidente a priori…)

Non sono libri ingannevoli. Si capisce subito cosa si ha in mano. Veniamo immediatamente immersi, nei primi capitoli, nella descrizione dettagliata degli effetti della lebbra, con esempi piuttosto grafici.
Ma non è certo gusto splatter fine a se stesso: è una vera anticipazione della trama, di ciò che andrà ad accadere, figuratamente, durante la trilogia.

A guardarla con occhio critico, molti troveranno questa parte iniziale –la carrellata sulla vita del protagonista fino a quel momento- piuttosto infodumposa: ma c’era davvero un altro modo di far comprendere come Thomas Covenant fosse diventato il bastardo insensibile che presto conosceremo? Come questa sua poca affabilità sia però una seconda natura impostagli dalla malattia, un meccanismo difensivo –il che ci induce a sperare che alla fine di tutto la sua umanità repressa torni a prevalere?

All’inizio della storia Covenant ormai si è rassegnato (o almeno si è convinto di essersi rassegnato) a non aspettarsi più nulla dalla vita, vorrebbe solo pagare la bolletta del gas, possibilmente senza che i simpatici abitanti del luogo scappino urlando quando lui passa per la strada.

Per farla breve, dopo un incontro enigmatico con uno strano mendicante, ecco che il nostro eroe cade per terra e bam! si ritrova in un altro mondo, la Land, appunto, dove un’entità maligna dai molti nomi (nessuno dei quali lusinghiero) tenta dapprima di tirarlo dalla sua parte e poi, avendo ottenuto un rifiuto, gli affida un messaggio minaccioso da portare a chi di dovere.

Sebbene nel ’77 non ci fosse ancora stata l’inflazione di signori del male e di eroi terrestri in trasferta che hanno poi imperversato nei decenni successivi, bisogna ammettere che questo spunto di per sé non sembra molto originale…se non fosse per il personaggio centrale, che non si lascia incasellare in una categoria. Non è certo l’eroico salvatore che gli abitanti della Land si aspettavano, non è neanche l’antieroe imbranato ma volenteroso che alla fine ce la mette tutta per non fare brutta figura, no no, lui si comporta proprio come un figlio di.

Lo spettacolo della Land, in cui veniamo catapultati insieme a lui, è di uno splendore da mozzare il fiato. Un mondo idilliaco, puro, sano, niente a che vedere con quelle brutte copie di medioevo alternativo con cui ci asfissiano oggi; un mondo in cui gli abitanti non conoscono la guerra, non conoscono avidità, vivono in perfetta simbiosi tra loro e con la natura (che –questo bisogna dirlo- non è matrigna come la nostra, ma anch’essa molto più benevola), la parola data è la parola data, l’amicizia e la collaborazione sono i principi cardine su cui si fonda ogni cosa e l’unica malvagità è quella portata –per l’appunto- da Lord Foul e i suoi demoniaci progetti.

Manicheo? Certo, perché no? E’ fantasy. Se voglio leggere storie di guerricciattole e crudeltà tra piccoli uomini tutti ugualmente meschini senza che ci sia nessuno di cui valga la pena prendere le parti leggo il giornale.
La Land com’è all’inizio della storia è –unica tra tutti i mondi fantasy da me visitati- davvero il posto dove vorrei vivere. E -mi sia consentito esprimermi con la leggerezza della tipica fangirl- se non ne vedete la bellezza siete dei caproni.

I personaggi principali sono l’incarnazione stessa di questa bellezza, di questa innocenza.
Lord Mhoram, Foamfollower e Bannor soprattutto. Ma anche Lena, Bannor, Trell, Bannor, …l’ho già nominato Bannor? E’ impossibile non amarli. A meno di non essere, per l’appunto, ovini senza discernimento come dicevo prima. E a parte Elena, che mi è antipatica.

No, certo, non sono “umani” nel senso comune del termine. Pur non perfetti e non certo immuni all’errore, non si comportano come faremmo noi: sono persone altruiste, col senso del dovere, continuamente spinti dal desiderio di fare la cosa giusta, di proteggere i più deboli. Per questo Covenant si convince che non possono essere veri, e loro d’altro canto continuano ad avere fiducia in lui, a perdonargli ogni offesa, perché l’idea che qualcuno possa non avere a cuore il bene della Land sopra ogni altro interesse è un concetto che semplicemente non riescono a contemplare.

I lettori che amano gli intrighi e i tradimenti, che si alimentano di fratricidi e guerre civili senza esclusione di colpi si annoieranno a morte, quindi, a viaggiare con compagni privi di qualsivoglia secondo fine, a farsi assistere da guardie del corpo di cui ci si può fidare ciecamente, a conversare con giganti gioviali il cui ottimismo fa male al cuore.

Senza dubbio ‘sti Lord sono quattro imbranati, che non sanno neanche usare il potere per quello che serve davvero, cioè affascinare belle ragazze (o bei ragazzi) e vivere da nababbi. I giganti che potrebbero spaccare tutto e comandare loro invece stanno sempre a raccontarsi storielle e a sospirare per la nostalgia di casa, mammolette! E non parliamo neanche del Voto delle Bloodguard: castità per duemila anni, cioè.

Ma attenzione, lettori crudeli, non tutto è perduto: forse quando tutta questa gente verrà travolta dal male che ritorcerà la loro stessa innocenza contro di essi per schiacciarli –volendo distruggerli moralmente oltre che annientarli-, forse allora vi divertirete!

Continua...

sabato 28 marzo 2009

Titolare

So che dovrei preoccuparmi di scrivere il romanzo invece di perdermi di questioni oziose…ma non avere un titolo mi disturba un po’. Chiamarlo Vattelapesca è anche irrispettoso. Poverino.
Ma…coi titoli non ho confidenza, faccio sempre fatica.
Ed è importante sceglierlo bene, è il tuo biglietto da visita, caro romanzo.

Insomma, voglio evitare, se possibile, il classico:

“Il/La [nome] di [altro nome]”

Iperstrausato, non se ne può più. Anche perché nel fantasy può raggiungere vette di ridicolo inimmaginabili.
Vai di Polygen!

L'alba del caos
La sfida dell'inverno
La fortezza delle stelle
Le scarpe del fuoco
La maledizione della notte
…

Una struttura talmente banale e ormai noiosa che non mi viene in mente proprio niente. Devo sganciarmi da questo modello!

Naturalmente ci sono anche quei titoli secchi, autoassertivi, formati da una sola parola.

(Il/La) [nome].

Caspita, è impegnativo. Per trovarne uno così bisogna che nella storia ci sia una qualche idea forte, un luogo o un oggetto significativi, oppure un personaggio.

Ecco, proviamo…

Il lago Lumina.

Cioè? mi domanda la mia alter ego criticona e scettica. Perché il lago ha l’onore del titolo? Racchiude un mistero, vi si svolge la storia, è un luogo mitico?
Mah, è lì nel centro della mappa, e qualcuno poi ci fa il bagno e ci va in barca…
No, luoghi e oggetti così fondamentali non ce ne sono, l’unico filo conduttore di tutto è il personaggio, ma il suo in copertina sarebbe interessante e attraente quanto il mio. E chi è, chi la conosce? No, non mi convince.

Il/La [nome] [aggettivo] non è molto meglio.

A me piacerebbe inventare un titolo particolare, strano, magari formato da una frase intera, che si capisca che è il titolo di un fantasy ma che esca dai soliti schemi.

Appunti per Clari. Ma non è vero che prendono tutti appunti per Clari, è solo uno dei narratori che si rivolge a lei, e poi Clari non c’entra niente.
Siamo tornati a casa. Buon per voi.
L’uovo rosso. Mah! Bisogna leggere tra le righe per capire cosa significa…
L’erede mancata.

Uhm…quest’ultimo non è male.
Ci penserò. Intanto a occhio e croce devo scriverne ancora ¾.

Nota: A proposito di Polygen, pare proprio che il sito sia stato definitivamente chiuso…sono sempre i migliori che se ne vanno!

Nota n. 2: La settimana prossima vado a farmi sparare con un raggio laser. Forte, eh?

Ma non così!!!

domenica 22 marzo 2009

Mea Culpa

Avendo sotto gli occhi varie liste –alcune spiritose, altre decisamente irritate- dei tipici cliché del fantasy da evitare perché ormai hanno stufato, posso sì gongolare per averne evitato la maggior parte, ma ahimè sono costretta a rendermi conto di averne comunque usati due dei più terribili e ritriti, che non posso più eliminare in quanto presupposti su cui si fonda tutta la prima metà della storia, e che rischiano di alienarmi le simpatie dei potenziali lettori sin dalla sinossi.

Il mio protagonista è orfano, e lo è proprio a causa dei nemici che andrà poi a combattere.

Il mio protagonista è l’erede al trono e non lo sa.


Ho pronte un sacco di scuse ottime giustificazioni, però! E posso elencare altri elementi di originalità che invece rendono la situazione meno prevedibile di quanto ci si potrebbe aspettare! Non scappate subito!

Ok, questo mio personaggio –chiamiamola Marilla e via- ha perso entrambi i genitori a causa dei nemici (che non è la stessa cosa di “uccisi dai nemici”, attenzione) e viene allevato da un’altra persona in un luogo isolato. Ma almeno questa persona non è un mago, non è un mentore, non è un vecchio saggio: solo un’ex-maestra (nemmeno anziana, per inciso) che si è ritirata in campagna per stare in pace, per motivi suoi. Non è perseguitata né in pericolo, non ha oscuri segreti né una doppia identità e neanche poteri soprannaturali. Insegna a Marilla solo cose normali. Una barba? Vedremo.

Anche sulla storia del trono si può glissare, credetemi. Non è un colpo di scena, lo sanno tutti tranne lei, e quando finalmente anche Marilla lo capisce non le servirà a niente. Perché nel frattempo succede…uno spoiler.


Aaaahh che paura, uno spoiler!

Marilla non diventa una guerriera in una settimana, né in un mese, né mai. Non posso garantire che non combatta neanche una volta, anche se questo sarebbe il mio desiderio, perché alla fine non è che proprio il romanzo mi obbedisca sempre. Ma diciamo che, se lo farà, sarà una zuffa accidentale. Non è una maga, non è una ladra, non è una prostituta, sacerdotessa, venditrice di caldarroste.
E cosa fa Marilla?
Gli affari propri, o almeno lo vorrebbe…
E, incidentalmente, non è neanche una donna.
Cosa avete capito?! Marilla è un ermafrodito, come tutti quelli della sua specie.

E sta anche zitta perché io non le concedo mai la parola. Non è muta, anzi. Ma non vediamo mai il suo diretto punto di vista, i narratori sono altri e ciascuno si è fatto di lei un’idea diversa.

Ora potrei anche parlare di questi narratori e magari postare qualche pezzettino per dare un’idea, ma se passa di qui uno di quei terribili ladri di romanzi di cui Internet pullula? Sono molto fiera di questo mio approccio originale alla narrazione, e se qualcuno mi copia lo schema? No, no e no!

Ladro di romanzi all’opera.

lunedì 23 febbraio 2009

Il Bastone, la Pietra, il Signore Immondo e quattro schiaffoni

Sto facendo una cosa pericolosissima.

Mi sono messa a rileggere –dopo quasi 10 anni!- una serie che avevo amato moltissimo, che tutt’ora avrei indicato come la mia preferita in assoluto.

Questi sono i romanzi che 10 anni fa mi avevano indotta ad abbandonare la scrittura, perché mi erano piaciuti troppo, facendomi sentire incapace e inadeguata.

La faccenda quindi è doppiamente pericolosa.

Avevo letto questi libri (presi in prestito in biblioteca) mentre mi trovavo in un luogo lontano, vivendo un’avventura non troppo felice, in uno stato d’animo molto particolare e probabilmente vulnerabile.
Avevo quindi acquistato tutti i volumi (3+3) perché non potevo neanche pensare di non averli a disposizione, ma, benché sia mia abitudine rileggere –anche a pezzi- i libri che mi sono piaciuti, quelli non avevo mai osato riprenderli in mano.

Il perché è presto detto: oltre ovviamente alla voglia di esplorare altro e il poco tempo a disposizione, c’era un sottofondo di paura a frenarmi. Il terrore di scoprire che l’emozione forte che quei libri mi avevano dato era stata soprattutto frutto di quel momento, di quella situazione. Insomma, che era stata un’illusione.
Temevo non mi piacessero più! Sarebbe stata una delusione insopportabile!

Ma devo dire che di solito non mi succede. Non essendo io una persona facile agli entusiasmi, se qualcosa mi colpisce e mi emoziona davvero significa che ha toccato qualche corda profonda dentro di me…

Con mia grande gioia, quindi, ci sono ricascata dentro con tutte le scarpe. L’essermi dimenticata di gran parte dei dettagli mi consente di tenere viva l’attenzione, ma nel contempo il sapere già cosa succederà mi fa apprezzare meglio certi passaggi, certi dialoghi. Tutto risulta ancor più doloroso che durante quella prima lettura, quando ero ignara della devastazione progressiva a cui avrei assistito. E’ una “gioia” relativa, infatti.

Qualcuno ha detto che rileggere un libro amato è come ritrovare un vecchio amico, ed è vero, perciò gioisco di questo, sono felice che il mio amore per il mondo creato dall’autore abbia resistito alla prova del tempo, che le numerose e più diverse letture fantasy che si sono susseguite in questi anni non ne abbiano in alcun modo appannato la bellezza ai miei occhi, anzi, posso affermare di non aver più provato questo livello di coinvolgimento emotivo pur avendolo tanto cercato.
Sì, ne sono felice, anche se questo vuol dire che il terzo volume sarà uno strazio e mi lascerà così come allora.

E adesso magari vorreste che vi dicessi che romanzi sono. Bella pretesa! Data la totale assenza di draghi, adolescenti eroici e guerriere che si battono in costume da bagno, non hanno avuto successo in Italia, tanto che non so neppure se siano stati tradotti tutti o lasciati a metà come si usa spesso; insomma li avete snobbati quindi adesso me li tengo io, me li leggo tutti io da sola e basta, tié!

Nyah-nyah…

C’è solo un piccolo problema…da quando mi sono immersa nella rilettura non sono più riuscita a scrivere una riga. Ora come allora, mi sembra tutto così banale e sciatto quello che produco…Hellfire and bloody damnation! Perché questi libri devono inibirmi così?! Quattro schiaffoni non so se bastano per farmi rimettere al lavoro!

E un calcio nel sedere?

giovedì 5 febbraio 2009

Non asfissiamo le storie!

Cosa direste se al ristorante vi portassero 4 maccheroni 4 con solo un cucchiaino di sugo, perché in fondo tanto basta per apprezzare il sapore?

La Quinta Sinfonia di Beethoven se la tira per un’ora, possibile che l’autore non potesse esporne i temi fondamentali in pochi minuti e chiuso?

E se Michelangelo avesse dipinto il Giudizio Universale su un pannello di 20x20 invece di imbrattare tutto il soffitto non avrebbe dimostrato di essere più bravo, col dono della sintesi?

Se è vero che ci sono tanti scrittori che (vuoi per guadagnare, vuoi perché innamorati del mondo da loro creato) allungano il brodo inutilmente dando vita a saghe interminabili che invece avrebbero solo tratto giovamento da qualche sforbiciata, è altrettanto vero che ogni storia ha la sua dimensione ideale, il suo respiro giusto, esattamente come un quadro, una scultura, una canzone o qualunque altra cosa venga in mente.

La sbrodolatura è irritante, ma anche vedere un libro mutilato come uno di quei vecchi Romanzi Condensati di Selezione è triste e sconfortante (e mi è capitato).
Meglio dare al lettore troppo che troppo poco, o no?

Che tagliare selvaggiamente sia sempre bene, che l’unica storia bella sia quella più corta lo dicono solo:

  • i piccoli editori che voglion risparmiare sulla carta
  • i “lettori da fast-food”, che buttano via il libro se le prime due righe dell’incipit non sono di loro gradimento (= non contengono sparatorie, stragi e simili), che si spazientiscono anche quando gli piace la storia perché vogliono finire in fretta e passare ad altro, ad altro, ad altro…

Non trasformiamo una necessità economica in una regola artistica!
E, soprattutto, la lettura è un piacere lento, se avete fretta andate al cinema!

domenica 7 settembre 2008

Medioevo pussa via

non rovinar la fantasy mia...

No, davvero, non ne posso più. Ormai sembra che non ci si possa azzardare a scrivere fantasy classica, neppure in tono favolistico, senza nel contempo compilare un rigoroso saggio storico sulla vita nel Medioevo europeo, altrimenti i talebani ti aspettano sotto casa.

OK, la situazione è questa. Generalmente, per ambientare una storia fantasy si ha bisogno di un mondo a bassa tecnologia, poco popolato, ricco di grandi zone inesplorate in cui piazzare pericoli e meraviglie. Ecco che il primo punto di partenza tende a essere, un po' per tutti, il mondo delle fiabe che leggevamo da bambini, un "medioevo" vago e indistinto, ideale, che magari in sè non interessa neanche più di tanto, è solo -per l'appunto- uno sfondo su cui lavorare.

E' ovvio che per diventare scrittori seri bisogna studiare un po' e fare attenzione ai dettagli. Occorre evitare a ogni costo i veri anacronismi e le scempiaggini. Poi leggere come si viveva, come si usava fare certe cose sono tutte notizie che possono servire, possono fornire spunti narrativi (come qualunque altra cosa). Insomma, documentarsi fa sempre bene.
MA...
Sto comunque scrivendo di un altro mondo.

Quindi ricordiamoci sempre di distinguere:

anacronismi veri: elementi oggettivamente incompatibili col livello tecnologico/scientifico del mondo descritto. Questi costituiscono esecrabili errori giustamente condannati. Va da sè, però, che un autore può comunque inserire questi elementi se trova il modo di giustificarli.

anacronismi apparenti: elementi che non esistevano nel vero Medioevo europeo, ma che avrebbero potuto esserci. Questi sono perfettamente accettabili, checché ne pensino i talebani di cui sopra. E, per essere più esplicita possibile, non sto parlando di Gamberetta, anzi.

Devo tener presente che non tutto quello che non si faceva e non si costruiva nel Medioevo non era necessariamente impossibile, giusto? C'erano regole sociali, imposizioni religiose a inibire certi comportamenti, e poi naturalmente la moda.

Perché oggi non andiamo in giro coperti di tatuaggi e coi capelli di tutti i colori dell'arcobaleno, pur avendone la possibilità pratica? Appunto.

I bottoni, tanto per dire, sono noti sin dall'antichità, ma per qualche ragione erano considerati degli ornamenti, fatti di materiale prezioso, e non venivano usati per gli abiti dei popolani...non certo perché non li avessero inventati o non potessero crearli.
Poi possiamo parlare delle piante e degli animali che qui non c'erano, perché originari di altre parti del mondo...ma comunque nati in un clima simile al nostro e quindi in grado di vivere e prosperare anche qui, tanto è vero che oggi ci sono.
E così via.

Invece, secondo questi invasati, su qualunque pianeta ti trovi:

- la struttura della società deve essere feudale
- deve esserci l'equivalente della Chiesa
- deve esserci una classe mercantile forte
- non si possono mangiare patate
- non si può suonare l'ocarina
- non si possono usare i bottoni
- non si può indossare la minigonna
- ...

Ve lo chiedo col cuore in mano, non per far polemiche e seminare inutili discordie, ve lo chiedo sinceramente desiderosa di comprendere: ma siete scemi?