domenica 7 marzo 2010

Profezia

Oggi vorrei parlare di un oggetto tanto umile e dimenticato quanto importante nel mio lavoro.

Siamo tutti pronti a restare a bocca aperta davanti agli strumenti più sofisticati, accrocchi mirabolanti pieni di tubi e scintillanti di lucine intermittenti. Apparecchi utilissimi, meravigliosi, che senza dubbio rappresentano le colonne portanti del laboratorio, senza di essi –e di chi sa usarli- nulla sarebbe possibile.
Ma…prima di arrivare a questo?

La gente dovrebbe togliersi dalla testa certi telefilm in cui il campione tal quale BUM viene semplicemente buttato nella scatola magica e ZAC dall’altra parte esce il risultato. O quantomeno queste storie dovrebbero onestamente essere etichettate come fantascienza. Nemmeno Archimede Pitagorico ha una macchina così.

Nella realtà, la preparativa è lunga e faticosa e -oserei dire- rappresenta forse il momento più delicato. Perché è inutile che poi si facciano tante curve di calibrazione e studi sulla sensibilità del metodo se non sono sicura che il materiale che mi arriva sia stato processato correttamente.
Se sbaglio un’estrazione, se sbadatamente butto via una parte del campione, se peso male per un errore di calcolo, se dimentico uno standard, se con una gomitata rovescio il beker…non sto ammettendo di averlo fatto, si badi. Mi ha forse visto qualcuno? Dicevo, se una qualsiasi di queste disgrazie si verifica, il procedimento è viziato all’origine e i passi successivi sono solo una perdita di tempo.
Per questo, soprattutto nel caso di preparative più complesse che prevedono molti stadi (e quindi molte fonti di errore) si aggiungono vari standard di controllo lungo la strada.

Consideriamo l’ASE (Accelerated Solvent Extractor): un congegno relativamente semplice, con poche parti meccaniche che pure tende a rompersi con sorprendente facilità. Ma lasciamo stare, l’argomento del mio discorso non è questo.
Per usare l’ASE occorre pressare il campione solido in celle cilindriche di metallo, lunghe e strette, che il congegno provvederà poi a riempire di solvente ad alta pressione. Ma come si fa a preparare queste celle in modo opportuno?


ASE

E’ qui che entra in gioco il Coso Nero™.

Il suo vero nome si è perso nella notte dei tempi.
Cristina lo chiama “bacchetta”, ma lei è quella che anziché iniettare i campioni del gascromatografo li “acquisisce” e invece di fare calcoli come tutti i mortali “quantifica”.
Non mi è sembrato giusto. E nessun altro sembrava porsi il problema di dargli un nome. Ma quando io ho iniziato a parlare del Coso Nero™, dopo qualche strana occhiata ho ottenuto di attirare la giusta attenzione su questo indispensabile oggetto.

Si tratta di un cilindro di materiale plastico, nero appunto, del diametro esatto che gli consente di entrare nelle celle e compattarne il contenuto all’inizio, e che può essere usato per svuotarle poi. Semplice e geniale! E sottovalutato, come tutte le cose che funzionano bene e senza far clamore.

Ma non sarà sempre così. Verrà il giorno in cui il Coso Nero™ dominerà l’universo, e io, Tizia Col Camice, in qualità di sua somma sacerdotessa otterrò tutto il rispetto e l’onore che merito.


In ginocchio, miscredenti!

Nessun commento: