sabato 26 dicembre 2009

Signore e signori…una barba!

La 1° Lezione del Corso di Scrittura di Fabio Bonifacci sottolinea come il fulcro di una buona storia stia nei desideri e nelle paure del/i protagonista/i e nelle situazioni che vanno a toccare questi nervi scoperti: è ciò che muove tutto il baraccone, che permette al lettore di interessarsi alla vicenda, che dà una direzione. (1)

Poi, ovviamente, nella letteratura di genere questo non basta: in un giallo voglio un mistero avvincente, in un fantasy elementi sorprendenti e meravigliosi ecc ecc…ma senza personaggi che valga la pena di seguire, tutto il resto non sta in piedi, è stucchevole come un film fatto di soli effetti speciali. (2)

Ma sai che scoperta! Un concetto così semplice e ovvio che sembra di averlo sempre saputo, cavoli, ma c’era bisogno di un corso, figurati, adesso arriva questo qui…
Poi riguardi alcune storie che non hai mai terminato perché qualcosa non girava giusto, e ti accorgi che…

Ecco, ho ripreso in mano un inizio di storia che stavo scrivendo a 18 anni o giù di lì. Bella pimpante, dopo aver concluso la primissima bozza di quello che molti anni dopo sarebbe diventato Adagio ma non tanto, mi ero lanciata nella nuova storia senza pensarci, ottimista. Allora non avevo alcuna velleità, scrivevo solo per me, non mi importava che l’ambientazione fosse verosimile e non prestavo attenzione allo stile. Stavo solo giocando.
Eppure, anche lavorando con la massima rilassatezza possibile, e avendo tutta la trama chiara in mente, quel racconto mi era morto tra le mani, e non per la mia solita pigrizia. Proprio non scorreva, qualcosa non mi piaceva.

Il personaggio principale, ecco cosa non va. Non vuole niente, non fa nulla di significativo, rimane coinvolto in un problema che in realtà riguarderebbe altri e se ne fa carico all’inizio per amicizia, ma poi se la prende troppo a cuore e non si capisce per quale motivo, chi glielo fa fare.

Anche Milly, in Adagio ma non tanto parte lancia in resta per difendere un’amica dalla bulletta della scuola, ma si capisce benissimo quali sono le sue motivazioni, il carattere del personaggio è già ben delineato in precedenza e il suo comportamento è del tutto logico, ci si aspetta proprio che si comporti così.

Il sedicente protagonista di questa storiaccia invece annaspa, si fa sballottare di qua e di là, si agita senza una direzione. Questo perché nemmeno io capisco cosa abbia in testa e lo uso male, gli faccio fare cose richieste perché dalla trama, non perché è naturale che le faccia. Gli eventi si succedono in modo meccanico, c’è sì un crescendo eppure manca la tensione, non si crea empatia. Neanche con me, che infatti l’ho piantato lì.

Ora mi è venuta voglia di riprendere il germe di questa storia e ricucinarlo in salsa fantasy.
NO, UN MOMENTO: non mi rifugio nel fantasy per ignoranza, per non faticare a studiarmi un’ambientazione convincente e realistica. Condivido l’opinione crostacea che l’elemento fantastico debba essere indissolubilmente interconnesso alla trama e ai personaggi, e che una storia “fantasy” che si può trapiantare tale quale nel Far West o alla corte di Luigi XIV cambiando di nome a quattro cose non sia un vero fantasy.

Ma mi sono venute delle (spero belle) idee e la voglia di utilizzarle. Perché accontentarsi di una vecchia zia bisbetica quando si può avere una matriarca guerriera con esercito a seguito? Cosa me ne faccio di una polverosa biblioteca se posso visitare un luogo che regala chiaroveggenza in cambio di un oneroso sacrificio…?
Ora ci lavoro.

Devo solo trovare quel maledetto desiderio per il mio stupido protagonista e poi posso iniziare.

Sempre che non decida invece di licenziarlo.

Occhio, personaggio, ché rischi il posto!!!

(1) Descrivere un anno di vita di una che muore di noia e che non sa fare niente NON E’ alta letteratura minimalista!
(2) Ecco perché non mi è piaciuto Abarat: nonostante la fantasia dell’ambientazione e le molte trovate bizzarre, la protagonista è una tale ameba ottusa che l’interesse per le sue avventure (almeno per un lettore adulto) è meno di zero.

giovedì 17 dicembre 2009

In dulzi giubilo

Siamo di nuovo al lavoro per i concerti di Natale.

Stavolta il Gae ha ingaggiato un quartetto di cantanti, cosa che ci regala più libertà di orchestrazione e la possibilità –nuova ed eccitante- di suonare gli strumenti giusti per la parte.

L’anno scorso mi ero lamentata di aver dovuto usare il granbasso (un tubone simpatico ma che come potenza di suono può esser facilmente sovrastato da un sospiro), in un contesto di trombe e organi scatenati che lo rendevano del tutto superfluo, mentre per contro l’organista metteva i registri coi flautini acuti che il “maestro” non lasciava usare a noi perché disturbavano la cantante?
No, stavolta suoniamo soprano e contralto, voilà! Non ci si sente lo stesso ma almeno ci divertiamo.

E il diapason? Dovevamo morire per raggiungere gli altri, che avrebbero potuto invece scendere un pochino per noi, ma no, per andare dietro al 440 rigoroso dell’organo? Stavolta seguiamo invece il buon senso e ci accordiamo cercando il compromesso, tanto l’organo non c’è.

L’organo: ecco da dove deriva tutto il male del mondo…

Caspiterina!
Ma Gae sta facendo tutto quello che ho detto io?

Alla prova ho avuto un momento di panico, colta da questo dubbio tremendo. Come poteva il mio amico sapere di cosa mi ero lamentata? Come aveva fatto a giungere alle mie stesse conclusioni? Aveva mica letto questo blog? Stavo diventando io più intelligente (mai come lui, no)?

Per fortuna è rientrato in carreggiata quasi immediatamente.
Ha ricordato alla soprano, mezza tedesca, la corretta pronuncia del testo, che lei avrebbe dovuto insegnare e inculcare per bene anche agli altri. La pronuncia del latino, si è raccomandato, come se fosse tedesco. Perché così si faceva all’epoca, secondo lui.
Gae ripone molte speranze in questa cantante, l’ha scelta apposta per questa sua caratteristica. Quella dell’anno scorso non andava bene. Si era impegnata, sì, ma –poverina- non era tedesca. Si può arrivare fino a un certo punto.
Ne ha convenuto anche la clavicembalista –pure lei mezza germanica- e tutti e tre si sono messi a commentare in lingua teutonica, alla faccia del resto della compagnia. E cosa si saranno detti?
Che noi non siamo ariani? Che Emi è troppo scuro di capelli, e io ho un cognome meridionale?
Ci permetteranno di suonare con loro?

Sì, lo so, non è carino assimilare sempre i tedeschi ai nazisti. Ma in passato ci siamo già trovati a suonare per i massoni. E a uno stand della Lega. Ampliamo il curriculum. Proviamo coi cannibali la prossima volta?

Aggiornamento: Emi temeva che, all’arrivo nell’insieme dei due professionisti che ci avrebbero raggiunto solo per la prova generale (e che avrebbero suonato le nostre stesse parti), sarebbe finita come quando da militare, dopo avergli fatto fare tutti gli allenamenti, al momento della partita era stato messo da parte, addirittura senza lasciargli neanche indossare la maglietta. Io lo smentivo, fiduciosa. Si sarebbe trovata una soluzione, un’alternanza nei pezzi per non scontentare nessuno, pensavo. Invece ha avuto quasi ragione lui: basta flautini, riprendete i flautoni così non disturbate, non sia mai che siate più acuti del cornetto…
Questa è la volontà del Maestro e noi ci adeguiamo, sebbene a malincuore, perché lui può tutto, e la sua parola è il principio e la fine di ogni cosa.
Alpha es et O.

sabato 5 dicembre 2009

Epifania oscura

Non ho più scritto! E’ un delitto! Sono fritto!...No, fritta. Acc porc le concordanze mai che ti lascino fare una rima…

Non mi riferisco tanto a questo blog né agli altri che sto tentando di iniziare. Parlo del romanzo.
Ho qualche buona scusa.

***Inizia qui flusso incoerente di parole***

Serate e weekend passati inginocchiata ad appiccicare giornali sul battiscopa, a spennellare la parte in basso dei muri e i contorni delle porte, mi fregano sempre tutti, quando arrivi col treno vieni un attimo nella casa nuova parliamo di due cose e poi mi trovo sulla scala a scartavetrare e non si parla per nulla, quando non andiamo dall’amministratrice, sul tetto, in giro per i mercatini dell’usato più eleganti mobilifici della provincia.
Quasi non ricordo come sia fatta la casa vecchia, non rispondo più alle mail, non ho ancora mandato il commento all’antologia, sollecitatomi dall’editore, faccio brutte figure con tutti. Torno solo a dormire e anche la gatta ne risente, povera ciccetta a strisce.
L’autore di questo blog avrà la mia sempiterna gratitudine per avermi distolta dall’incauto proposito di acquistare una casa ancora da ristrutturare. L’appassionante (e agghiacciante) saga “Edilizia for Dummies” dovrebbe essere lettura obbligatoria per chiunque si accinga a un’impresa del genere.
Non è mia intenzione paragonare qualche risibile contrattempo con l’impresa titanica narrata su quelle variopinte pagine, però…mi pare che nemmeno questo tizio abbia provato il brivido eccitante dello scoprire, a meno di un quarto per il completamento della quarta parete da tinteggiare, è innegabilmente, irrimediabilmente, tragicamente finita la pittura.
Mia madre e l’amico di famiglia che ci sta aiutando sono andati all’Iper di corsa a prenderne altra, alle sei di sera di domenica, c’era tutto il mondo, hanno impiegato una vita e io sola nella casa ancora sconosciuta, al freddo e al buio (non erano solo le lampadine da 100W a essere uscite di produzione? Come mai non se ne trovano più di nessun tipo? Cosa metterò nelle abat-jour?) e stavo perdendo la speranza. Ecco, mi ha portata nella nuova dimora e se n’è andata, come mamma orsa. Solo che qui non ho da mangiare, non ho il letto, fuori diluvia…

***Qui finisce il flusso incoerente di parole. Dovrebbe notarsi una differenza***

Ma chi voglio prendere in giro? Avevo già interrotto il romanzo prima. Una scena mi ha precipitata nel panico. Una nuova consapevolezza tremenda, anzi orribile. Una epifania oscura, come dice il titolo. Probabilmente c’è un altro modo, un termine preciso per indicare questo, ma io per l’appunto non lo conosco, perché…

Non so descrivere. Non so dare l’idea di come sia fatto qualcosa. Ho sempre considerato così noiose e superflue le descrizioni fisiche degli ambienti e dei paesaggi da leggerle, per così dire, con un occhio solo, e non ne ricordo mezza! Non ho imparato nulla, e ora ne pago lo scotto. Non conosco le parole giuste.

Che pizza tutti ‘sti nomi di piante, come faccio a riconoscerli, non sono mica una fiorista.
Chi li distingue i tessuti, non sono mica una sarta.
Cosa mi importa dei dettagli dell’edificio, non sono mica un architetto.
No, non sono…né…neanche questo…e nemmeno…
No. Sono…UN POZZO DI IGNORANZA!
Come posso aver anche solo pensato di scrivere un libro con questi presupposti? Per riempirli di “cose così”, di “affari lì”, e “specie di tipo di cosi”?

Ecco perché mi annoiavo nelle descrizioni altrui: era proprio colpa mia se non ci capivo un tubo!

Cosa faccio adesso? Scopiazzare? Andare a cercarmi i passi descrittivi nei romanzi degli altri, copiarli in un quadernetto e rimescolare le frasi? Sì, magari col Polygen!

Be’, alcuni l’hanno fatto con trame e personaggi e ha funzionato egregiamente…

domenica 22 novembre 2009

Dovevo

Scorporare la scrittura caotica e le cose troppo strane da qui creando un altro spazio…
Preparare un altro blog ancora col mio nome e cognome per le faccende serie e le mie velleità letterarie…
Proseguire il mio fumetto scemo…
Lavorare per chiudere almeno la prima metà del romanzo…
Segnalare che è uscita l’antologia col mio racconto…

Ma ho avuto tantissimo da fare, ci sono i concerti di Natale, un altro programma in ballo, è un momento impegnativo anche sul lavoro, devo andare dal dentista, corsi mi tengono impegnata di pomeriggio, giro per farmi fare preventivi per i mobili per la casa nuova e…

No, non è vero. Sto giocando a S.T.A.L.K.E.R. Non so fino a dove arriverò col mio PCcino giocattolo prima che cominci a scattare in modo irreparabile, ma lasciatemi provare…

domenica 15 novembre 2009

Un anno bestiale

Quello che è passato in compagnia di Brigida la Pazza.

Grandi progressi sono stati fatti in questo lasso di tempo: la bestiolina è passata dall’esser terrorizzata a non avere più alcuna paura di noi in nessuna circostanza, non sentendo quindi di doversi limitare nelle sue frenesie di mordi e sbrana, il gioco più in voga tra i micetti moderni.


Di tutt’altra pasta rispetto alla vecchia Metil, signorile e dignitosa nonostante gli umili natali, che mai si sarebbe sognata di arrampicarsi sulle porte per cercare le maniglie o di sdraiarsi a pancia all’aria mostrando le pudenda…

Ma questa ci è toccata.
E tanto ora io me ne andrò di casa e la bestia psicopatica se la sciroppa mia mamma, tié!

lunedì 9 novembre 2009

Massacro

Ecco, oggi in laboratorio mi è toccato uccidere e fare a pezzi sette esseri viventi per compiere analisi su di essi.

Mi sono sostenuta col pensiero che era comunque questo il destino che li attendeva a breve, che chi li aveva allevati avrebbe presto fatto la stessa cosa.
Ma se tre erano belli che moribondi già per conto loro, gli altri verdeggiavano rigogliosi e inconsapevoli, e quando ho iniziato a tagliare sanguinavano linfa dorata…

Ok, erano piante. Sette piantine di marijuana, per la precisione.
Le piante non sentono dolore. E queste sono illegali.
E dunque?

Certo, ci portano pezzi di rametti e foglie in continuazione, ma queste erano vive, nei loro vasetti, stavano lì, fotosintetizzando, e non facevano male a nessuno. Non mi è sembrato giusto.
Beninteso, sono carnivora. Né ho problemi a spiaccicare le zanzare e a eliminare le creature dannose da casa mia. E’ la distruzione inutile che non sopporto.

E le piantine si sono giustamente vendicate, regalandomi un bell’attacco di allergia.

Qualcuno ha idea di come introdurre il discorso dal medico? “Sa, penso di essere allergica all’hashish…quando lo maneggio per più di un’ora mi lacrimano gli occhi e mi prude la faccia…”

lunedì 26 ottobre 2009

Buttarsi dalla torre…per 523 pagine

Quando era uscito La ragazza della torre, di Cecilia Dart-Thornton, avevo leggiucchiato recensioni entusiastiche, ma mi era caduto l’occhio anche su qualche parere negativo. Sfortunatamente, questi pareri erano frasi del tipo “è brutto”, veramente illuminanti, quindi alla fine, complici gli sconti, mi sono lasciata tentare.

Ecco, non mi ha convinta.

Ora, sorvoliamo sul traduttore davvero sveglio che evidentemente non aveva capito che il sesso della protagonista dovesse essere un piccolo colpo di scena…devo ammettere che sin dall’inizio sono stata infastidita dal taglio generale della narrazione.
Pensavo fosse una questione di stile e di gusti: l’autrice ha una prosa prolissa, lenta all’inverosimile. Di per sé questo non è un errore. Però…si esagera. Capisco che si tratta del primo volume di una trilogia, e magari certi elementi acquisteranno importanza in seguito, ma c’è un’insistenza smodata su dettagli marginali.
Che ci importa, ad esempio, del matrimonio tra i due nobili che avviene all’inizio? Questi tizi riappaiono poi, o era solo una festa qualsiasi, e in tal caso che ci frega se le nozze erano combinate ma in realtà i due si piacevano e tutta questa pappardella?
Abbiamo capito che Thorn è bravo a trovare cibo nei boschi, non è necessario descrivere ogni singola pianta commestibile e il modo di cucinarla. Nemmeno sapere come fare le perline con le rose e sorbirmi l’elenco delle faccende domestiche quotidiane di Silken Janet mi sembra fondamentale. E così via. Quasi in ogni pagina ci sono dettagli superflui come questi e no, mi dispiace, non fanno atmosfera, non quando mi vengono propinati con questo tono da maestrina saccente. Sono solo noiosi.

La trama principale progredisce di pochissimo in tutto il libro, e questo ha via via smorzato il mio entusiasmo. Non sono una patita della velocità, anzi. Ma scrivere decine di pagine di gente che si racconta a vicenda antiche leggende anziché farmele vivere direttamente nella storia che senso ha? Ammesso che abbia un senso, già a priori, inserire leggende irlandesi tali e quali nel libro senza rielaborarle un minimo, senza personalizzarle.

Ma poi sono semplicemente troppe. Troppa roba inutile in quelle che alla fine sono 500 pagine di camminate nei boschi.

Immaginiamo di avere di fronte un palcoscenico e di vedere la storia.
Ecco, per quel poco che ne so (Sandro correggimi), in teatro ci sono attori e comparse. La divisione è netta. Se sei una comparsa, stai sullo sfondo, stai zitto, non vieni tra i piedi e sostanzialmente servi a fare “colore”. Gli attori si accorgono della tua presenza, ma non parlano di te per tre quarti del tempo. Non è concepibile che passi loro davanti, che interrompi i monologhi, che fai chiasso per i fatti tuoi.
Se invece vieni avanti, allora non sei più una comparsa. Sei un attore, un comprimario o anche un personaggio piccolo piccolo con una sola scena, una breve battuta: bene, DILLA!

Ho avuto questa netta impressione riguardo alle creature magiche del romanzo: l’autrice non ha deciso se dovevano essere attori o comparse. Col risultato che sono invadenti in maniera assurda senza che in realtà servano a niente. Assistiamo a una parata infinita di esseri strani senza che questi influenzino la storia in maniera significativa – o meglio, in maniera caratteristica, perché a inseguire i personaggi e tentare di divorarli avrebbero potuto essere benissimo animali selvatici del tutto normali.

Insomma, mi sono annoiata. Ci sono buoni spunti, alcuni momenti interessanti, ma scompaiono nella superficialità generale. E’ tutto vago, non ci si emoziona. Lo stile rimane pesante, didascalico, anche nelle scene che dovrebbero essere veloci, e questo frena tutto.

Il particolare dei cappucci, poi, mi ha esasperata. Occhio, è un piccolo spoiler.
Sin dall’inizio vediamo che si dà grande importanza a che tutti tengano dei cappucci speciali quando sono all’esterno, la gente sembra terrorizzata da quello che potrebbe accadere altrimenti, e in un episodio capiamo che questa paura ha a che fare con le “tempeste magiche” che di tanto in tanto si verificano. Bene, pensa il lettore, si vede che se qualcuno si fa sorprendere a capo scoperto durante una di queste tempeste gli accade qualcosa di orribile…che so, impazzisce, viene rapito dai folletti, muta in un mostro ripugnante?
Ecco infine la verità: le emozioni forti potrebbero “impressionare” l’atmosfera, facendo sì che per molti secoli a venire l’immagine della persona compaia in quel luogo ogni volta che arriva la tempesta. Aaaahhh che paura, che orrore, che…un momento.
Ma chi se ne frega?!
Certo, la cosa ha creato non pochi problemi in passato: siti in cui sorgevano città sono ormai invivibili perché popolati da questi “fantasmi”. Ma ce li vedo proprio, gli abitanti di oggi a vivere angosciati dal timore di far paura agli ipotetici posteri!

Il finale lascia la vicenda principale (per chi ancora se la ricorda) in sospeso, com’è ovvio, ma non penso di affrettarmi a leggere il seguito. Tanto me lo immagino: per 200 pagine mi descriverà come si vive in una casa, con tutto l’elenco dei lavori domestici, o qualcosa del genere.

Per il momento, passo.

lunedì 12 ottobre 2009

Eccoo-ooohh!!!


Sento che ci siamo, qualcosa sta venendo fuori dalle mie fatiche romanzesche…romanzate…romanziformi.
Sono in una fase di riflessione, quella in cui non procedo con lo scritto vero e proprio ma cerco di programmare e definire le cose che lascio sempre indietro.

Tempo fa sono stata una giornata a calcolare le fasi lunari del mio mondo.
Superfluo, visto che posso inventarmele come mi pare e nessun lettore sarebbe in grado di rimproverarmi un eventuale errore? Forse superfluo, ma non inutile, no, perché il mio mondo ha due lune con un ciclo sfasato, e rendermi conto che le notti in cui entrambe le lune sono invisibili sono rare fa sì che io possa attribuire a queste notti buie un significato speciale. Insomma, sono particolari che suggeriscono idee nuove.

Ieri mi sono messa d’impegno a disegnare una mappa in scala. Anche se non ho intenzione di annoiare i lettori con viaggi avanti e indietro, bisogna averla, un’idea delle distanze.
E anche se c’è una spiegazione di come popoli diversi siano finiti a vivere stipati lì, non è bello dare l’impressione che il mondo si giri a piedi in pochi giorni, incrociando decine di civiltà diverse che stanno gomito a gomito.
Ora, il continente mi viene grande circa 1200x1000 chilometri. Sarà sufficiente? A me sembra grande, per un popolazione tutto sommato alquanto scarsa. Non voglio che il clima cambi drammaticamente dal nord al sud, quindi direi che siamo al limite.

Ora devo stare attenta. Mi manca poco per chiudere la prima metà e non mi devo fermare, le aggiunte e le modifiche ai primi capitoli le devo fare dopo. Non mi devo perdere dietro alle date, poi la cronologia si aggiusta, devo scrivere…accidenti…

E ho anche trovato un titolo…UN TITOLOOO…
Se non basta questo a darmi una nuova sferzata di energia!!!

Buongiorno, sono il titolo

mercoledì 23 settembre 2009

Spacchiamo tuuutto!!!

Oggi le Ferrovie dello Stato hanno raggiunto un picco di demenzialità mai visto.

O, ad essere onesti, forse è solo colpa della stazione della mia città, funestata da lavori in corso da giusto quei due anni e mezzo circa, durante i quali le più assurde deviazioni sono state imposte al traffico pedonale dei viaggiatori in ingresso e in uscita, prima fra tutte la demolizione delle scale con alternativa arrampicata in mezzo all’aiuola con pendenza di 45 gradi.

Uscendo di casa addocchio la locandina coi titoli di giornale: CHIUSI I BINARI DEI PENDOLARI.
Andiamo bene, penso, già arrivo a rotta di collo –grazie alle perfette e studiate coincidenze tra orari di arrivo bus nel piazzale e partenza treni sui binari- se ora mi hanno cambiato il binario e hanno scelto uno di quelli lontani in fondo mi scordo di prendere il diretto, devo già da ora mettere in conto di perdere mezz’ora di lavoro…

Trovo infatti uno spettacolo desolante: nastri a strisce rosse e bianche, transenne di plastica gialla chiudono le scale che conducono al solito marciapiede, che risulta inagibile per ignoti motivi.

Ma…dov’è il treno?
E’ sempre lì, solo soletto. Nessuno lo ha avvisato. Fischia, vorrebbe partire, è indeciso…
Come si fa a salirci?

In mancanza –per adesso- di tecnologie sicure per il teletrasporto, non resta che strappare le stupide strisce, calciare quel giallume insensato che ci occlude l’accesso all’agognata meta e, in generale, dar prova di grande inciviltà.

Che purtroppo sembra essere diventata l’unica strategia valida di sopravvivenza urbana.

lunedì 21 settembre 2009

Mamme dietro l’angolo

Con questo post inauguriamo “L’Angolo della Zitella”, lamentele acide, rancorose e totalmente inutili sulle piccole cose irritanti.

Immaginiamo una signora che ha appena fatto la spesa: porta un sacchetto con uova, conserve in vasetti di vetro e simili. Costei avanza con cautela, attenta a dove mette i piedi, scende/sale piano le scale, fa attenzione a non scontrare i passanti, i muri, gli elementi architettonici.

Ora strappiamole di mano il sacchetto (EEEK AL LADRO! No, aspetti, è solo una dimostrazione…) e sostituiamolo con qualcosa di completamente diverso, tipo il figlioletto neonato.

Ecco là! Meglio, vero? Adesso la signora può avanzare sicura, quasi di corsa, berciando con qualcuno dietro di sé, parlare al cellulare scapicollandosi su terreni accidentati senza guardare dove va nemmeno per sbaglio, occupare l’intero marciapiede e anche un pezzo di quello di fronte, ballare in mezzo alla piazza, tanto lei ha la precedenza!

Perché l’aver prodotto questo meraviglioso fagottino di dolcezza, l’aver compiuto un miracolo che nessun altro sa fare, l’ha trasformata nella Prescelta davanti alla quale l’intero creato –oggetti inanimati compresi- deve cedere il passo. Quasi come la tipa che mangia quel gelato nella metropolitana. Tappeti rossi, fanfare…

Ok, neo (o futura!) mamma, ascoltami. Naturalmente io mi ritraggo e faccio attenzione al posto tuo, sebbene assai poco mi preoccupi la sorte del tuo pargolo (se non preoccupa te…), perché mi hanno insegnato l’educazione.
Ma non ci sono solo io per strada.

Fermati un attimo e rifletti su cosa puoi trovare la prossima volta dietro l’angolo.
Qualcuno che non può scansarsi, tipo uno con le stampelle.
Qualcuno malvagio e gretto, tipo quello che non vuol buttarsi nel fosso o farsi investire dall’autobus per risparmiarti la scomodità di rallentare un momento.
Qualcuno distratto o lento di riflessi.
Qualcuno a cui tu dovresti cedere il passo, tipo un non vedente.
Qualcuno che non capisce, tipo un cane.
Qualcuno a cui non importa nulla, tipo un palo della luce o un tombino aperto.
Qualcuno che non credi possa esistere ma invece c’è, tipo…te lo dico? Un’altra mamma.

Io, francamente, non vedo l’ora che vi incontriate.

domenica 6 settembre 2009

Concretezza

Ritengo di avere molto più talento per la scrittura che per il disegno.
Eppure, da quando mi è presa questa voglia di scarabocchiare e pasticciare coi colori mi sorprendo a imbrattare carta con più gusto di quanto talvolta non provi a comporre storie.
Come mai?

Ho paura sia un problema di concretezza.
Scrivere è una faccenda così terribilmente astratta, persino più della musica -che in fondo si esplicita per mezzo di vibrazioni e quindi è una faccenda molto fisica sebbene di primo acchito non lo sembri- ed è facile farsi prendere dallo sconforto.

Lavori, sgobbi sulle tue pagine, pensi fino a farti uscire il fumo dalle orecchie, correggi e riscrivi…e ti sembra sempre di non avere un bel niente in mano. Soprattutto nel caso di un romanzo, che è un lavorone che può impegnarti per anni.

Invece un disegno…qualche ora ed eccolo lì, bello finito, ed è una cosa vera che stringi tra le mani, bella o brutta che sia…ma conclusa.

Fa schifo, ma almeno è finito, chiuso, arrivederci.

Il che mi fa venire dubbi di altra natura.
Sono perfettamente in grado di vedere come le mie “opere d’arte” siano infantili e dilettantesche…e se anche la mia scrittura fosse così? Come faccio a saperlo?

E’ normale che rileggendo il racconto che ha vinto il concorso mi sembri (nella forma) più brutto di come lo ricordavo, che ci siano frasi che mi urtano e che cambierei subito?

martedì 1 settembre 2009

Racconto terribile e tristissimo

No, niente paura, non è quello che voglio infliggere qui, ma quello che a quanto pare è stato selezionato per un’antologia. Un mio racconto, per la precisione. Non ci credo ancora, non l’ho nemmeno detto alla mamma. Avevo persino letto male la mail, credevo di essere solo arrivata tra i finalisti (cosa che già mi faceva contenta), e solo dopo, quando mi si chiedevano liberatorie e dati vari (in un allegato intitolato “liberatoria vincitori”) sono tornata indietro a rileggere.

Perché partecipare a una gara, se non ci si crede? Ma io sono così. Adesso sono troppo emozionata, mi gira la testa, mi viene mal di pancia…

Questo lavoro è stato un parto travagliatissimo. Nasce da un incubo che alcuni anni fa mi fece realmente stare male per diversi giorni.
In questo sogno mia madre scompariva all’improvviso in maniera soprannaturale, io (che poi non ero davvero io) andavo avanti da sola per anni e anni finché alla fine non si scopriva che…
No, mica spoilero.
Ma quel finale è stato la mia spina nel fianco per tutto questo tempo. Avevo scritto tutto il resto in pochi giorni e non riuscivo a terminarlo. Sapevo come doveva finire, con questa chiusa terribile che era proprio quella del sogno, ma non trovavo le parole adatte. Era troppo triste, ed è difficile –per non dire impossibile- conservare la lucidità mentale necessaria per limare le frasi mentre si è impegnati a soffiarsi il naso e asciugarsi gli occhi. Non si vede nemmeno bene lo schermo.

Mi fa ancora un certo effetto, evidentemente tocca qualcosa di irrisolto nel mio profondo (come spesso fanno i sogni), non posso rileggerlo se sono in fase premestruale o simili. Ma alla fine ho deciso che andava finito e mandato via, e per costringermi mi sono assunta l’impegno di inviarlo a questo concorso, tanto per avere una scadenza.
Insomma, era un modo per sbarazzarmene.

Invece è piaciuto, ma guarda, e sarà la mia prima pubblicazione. Modesta, certamente, con una piiiccola casa editrice, non vedrò un soldo ma almeno non ho pagato io. Lo leggeranno in quattro gatti, va bene, lo so cosa dicono delle antologie di sconosciuti, ma pubblicare sul proprio blog è davvero molto meglio? Senza contare che chiunque può pubblicare qualsiasi roba sulle sue pagine, mentre passare una selezione è qualcosa di più.

O almeno questa dovrebbe essere l’idea.

Ma pensa, più di cento partecipanti e…

E non dico che concorso è, qui non c’è il mio vero nome quindi se va tutto a monte –o il racconto non piace- non lo sa nessuno e non faccio neanche brutta figura!

Adesso mi sono caricata, ho finito un altro racconto dal titolo Desideri volanti (che prima si chiamava Betty!), anche quello surreale e inquietante, anche quello con un finale che si presta a una doppia interpretazione, e sto meditando di tampinare qualcun altro con questo…uhm…vedremo.

PS: Sì, ok, avevo litigato con mia madre prima di andare a dormire e quella è stata la mia vendetta.
Questo però non glielo dirò mica, nel farglielo leggere.

giovedì 6 agosto 2009

E dopo tutto questo…


L’Alfredo di cui parlavamo -detto anche Duenovembre per la scintillante simpatia e voglia di vivere- maniaco della compilazione di mille tabelle che poi riesce regolarmente a sbagliare, quello che ci mette venti minuti a lavarsi le mani per paura che il residuo di sapone faccia male e poi le immerge nel cloroformio, quello che per evitare che il nanocapo mi rompa le scatole me le rompe lui preventivamente di continuo…ecco, questo tipo qui, dopo essersi reso inviso commettendo i crimini di cui disquisivo la volta scorsa, cosa fa?

Deve preparare le nuove soluzioni standard per i pesticidi, a partire dalle –velenosissime, come si può immaginare- polveri, e, bene, si equipaggia di guanti e mascherina, ci saluta e si rinchiude con esse nella stanzetta (non ventilata) delle bilance. In modo da minimizzare il rischio di intossicare qualcun altro.

E massimizzare il rischio di intossicarsi lui.

Come si fa a non volergli bene?

Ma intanto io ho fatto una pesata di 10,0000 grammi esatti di terreno, alla faccia tua! Battimi se ci riesci, tié!!!

domenica 26 luglio 2009

Sacre reliquie

Ecco, sono girata per caso verso la porta e lo vedo passare, tutto impettito e tronfio, a piccoli passettini rapidi, l’incarnazione esatta dell’ometto col complesso della statura.
Dietro di lui arranca quello che sembra lo schiavo di turno, con un contenitore in mano e una faccia stravolta, che mi lancia una rapida occhiata disperata quasi a dire Beata te che ogni tanto te ne vai a lavorare in un altro reparto e te la scampi!
Beata me? Pensi di essere tu quello in prima linea a dover tenere a bada un matto? Povero martire, secondo te chi gli ha dato tutti questi vizi?

In certi momenti mi fai compassione, Alf, però te lo devo dire, pur con grande affetto: ti pesterei a sangue.
Perché mai un giovane intelligente, capace, in grado di badare a se stesso deve voler fare la figura del tarlucco in questo modo?
Chi ti ha detto che i matti si tengano a bada assecondandoli al 100%?
Lasciatelo dire da una che si barcamena con un personaggio simile da quasi quattro decadi: è la cosa più sbagliata da fare in assoluto.

Ma ti ricordi di quanto erano diverse le cose anni fa, quando lavoravamo sotto un capo che tutti, da fuori, consideravano un intrattabile dittatore, ma che in realtà era degno, lui sì, di essere chiamato responsabile di settore, e che mai, pur con la sua indubbia aggressività, ci ha mancato di rispetto? Uno che non cambiava idea ogni ora, e non si incacchiava come una bestia perché avevi fatto quello che ti aveva detto lui prima?
I colleghi ci compativano, pensa, rabbrividivano per noi quando lo sentivano urlare insulti e improperi con voce stentorea…ignari che in realtà quello si stesse rivolgendo al computer, o alla stampante che tentava di “obbligarlo” a rifornirlo di carta (“NON MI FACCIO DARE ORDINI DA UNA MACCHINA!”) e mai –dico mai- a noi due, nemmeno nelle occasioni in cui ce lo saremmo meritato.

Ora mi sovviene un episodio, non so cosa c’entri, ma lo voglio ricordare.
E’ stato almeno quattro anni fa, perché eravamo ancora nella vecchia sede. Insieme con Sandro, commentavamo i cartelli appena affissi riguardanti il comportamento da tenersi in caso di emergenza, regole che intimavano di evacuare l’edificio con calma, senza correre né strillare.
Dicevano proprio così, “strillare”.
Quindi voi due scherzavate, esercitandovi a produrre acuti urletti da donnicciola, finché Sandro non ti ha ricordato che voi, sì, proprio voi, eravate indicati come responsabili per il coordinamento dell’emergenza. In altre parole, nel caso avreste dovuto aspettare, fare il giro di tutte le stanze, controllare non fosse rimasto dentro nessuno, chiudere le porte e cose così, prima di potervi mettere in salvo.

Questo vi ha fatto riflettere.
Non eri convinto.
Eravate mica vigili del fuoco o poliziotti, dicesti, votati a rischiare la pelle per proteggere e salvare gli altri? Non ci pensavi nemmeno. In caso di incendio, la tua priorità sarebbe stata quella di uscirne vivo, e solo in seconda battuta avresti pensato di aiutare le persone, se possibile farlo senza rischi.
In nessuna circostanza, giammai, saresti rimasto a difendere le cose.
Io prendo il casco e la giacca e me ne vado, dichiarasti, granitico.
Comprendevamo il tuo punto di vista e non intendevamo biasimarti. Però, c’era anche da considerare, provò a suggerire Sandro…
Tu lo interrompesti.
Il casco e la giacca. Le uniche cose mie qui dentro, le uniche che cercherò di prendere, ribadisti.
Certamente, ma…
Il casco e la giacca e sono a posto.
Non includesti lo zaino perché, se non ricordo male, in quel periodo portavi il marsupio sempre con te. Forse oggi cambieresti un poco la tua dichiarazione.
Erano parole intense, meditate, significative. Non so quante volte la scomparsa inaspettata dei tuoi oggetti personali ci ha gettati nel panico, a domandarci quanto tempo potesse rimanerci prima di restare intrappolati nell’inferno di cristallo.

Sembravi sapere bene quello che era meglio per te.
Quando hai cambiato idea, Alf? Perché ci tieni a ricoprire in apparenza il ruolo del codardo, o del leccapiedi, o dell’assistente scemo del cattivone dei cartoni animati, quello che viene sempre preso a calci nel sedere?
E se pensi che questi siano in fondo solo affari tuoi, e che se ti diverti con questo rapporto sadomaso nessuno deve metterci il naso, be’, ti sbagli: aizzato dalla tua arrendevolezza, il nostro minicapo si sente in diritto di tentare di tiranneggiare chiunque abbia intorno, e di pretendere l’impossibile.
E’ colpa tua.

E io non ne posso più.
Guarda che chiamo Sandro, che è grande e grosso, e tanto non siete amici.

Non credere che non ti capisca. Perciò ti do un consiglio: se proprio non ce la fai a farti rispettare, fingi che ci sia l’incendio. Immagina un’emergenza e ritrova quella forza d’animo dentro di te: prendi il casco, la giacca, lo zaino, il poncho e le mutadine a fiori e scappa finché sei in tempo!


Questi oggetti sono stati ritrovati miracolosamente intatti durante gli scavi nel sito anticamente denominato Sampierdarena-Fiumara, che com’è noto venne devastato dalla caduta di un satellite nella prima metà del XXI secolo.
L’ottimo stato di conservazione in un sito totalmente distrutto, nonché la posizione del corpo ritrovato accanto ad essi – che suggerisce che la vittima si sia attardata a raccoglierli anziché mettersi in salvo – fanno oggi ipotizzare che si tratti di oggetti sacri di un qualche culto, dotati di misteriosi poteri ancora allo studio.

venerdì 10 luglio 2009

prrrr maumau prrr mauMAAUUUmau prrrrr...

La piccola Brigida (se non sapete chi è la presento qui) è entrata di prepotenza e con molto rumore nell’adolescenza, povera piccina, ci guarda sconsolata come a chiedere aiuto, come se noi potessimo risolvere i suoi problemi…

Con che cuore ora possiamo rivelarle che è cascata male, che questa è una famiglia di zitelle/divorziate/vedove/abbandonate da enne e passa generazioni?
Non c’è nulla da fare, povera Brigida, alle maledizioni generazionali non si scappa.

Del resto me li immagino, i felini virili che lei attende invano, impegnati insieme ai padroni nelle serate al maschile che chiunque preferirebbe, a guardare la partita, a fingere di giocare a bowling col wii, a palpeggiarsi l’un l’altro con vari pretesti, ma anche –per male che vada- a farsi reclutare dalle zie per cambiare l’acqua al pesce rosso, a lavare la macchina, a mettere a posto le maglie da stirare, il tutto coi tappi nelle orecchie per non essere disturbati dai richiami di quelle rompi delle femmine.
Salvo poi lamentarsi della solitudine, si capisce.

Ah, ma anch’io sto per inaugurare una fase nuova dell’esistenza: finalmente ho trovato casa, riesco ad andare a vivere da sola prima dei quaranta, alè!
Ora potrò fare come tutti quei single di cui sempre sentivo parlare: lasciare tutto in disordine, buttare i vestiti per terra, mangiare cibo scaduto, guardare la tv nuda (non so perché Sandro suggerisca questo) senza doverne rendere conto ad anima viva. Forte, eh?

sabato 27 giugno 2009

Letterina

Mamma? Mammina? Ti ricordi di me? Sono Marilla, il personaggio di cui volevi raccontare la storia già almeno…lo dico? Venti anni fa, all’incirca. Certo la mia storia è cambiata moltissimo da allora. Avevi solo delle idee immature, dei pezzetti, un guazzabuglio. Scrivevi come veniva, facevi schemi che non ti servivano a niente perché non erano ragionati, anche quelli alla carlona, e giù pagine di dialoghi insulsi, centinaia di parole per ripetere cose chiarissime, e continuare a dire quanto sono bella, intelligente, buona e generosa mentre non ne combino una giusta…
Che poi non mi piaceva mica tanto, eh, questa figura che mi stavi costruendo addosso. Anche se quei venti e più capitoli di dispetti con l’istitutrice erano divertenti.
Hai tagliato tutto, va bene. Anche perché né io né lei possiamo più parlare, hai ristretto la visuale a pochissimi personaggi e quelli ti tieni, con i loro errori di giudizio. Avrai un mosaico di pareri discordanti e nessuno capirà più esattamente come sono io e perché faccio certe cose.
Ah, è questo l’effetto che vuoi ottenere?
Va bene, contenta tu. Accetto tutto, guarda. Però, almeno riprendi a scrivere di me? Invece di perder tempo a disegnarmi mezza sciancata e seduta nel nulla?
Grazie. Ciao.


Certo, Marilla cara, non preoccuparti. Non ti ho dimenticata e non ho rinunciato. Non passa giorno che non pensi a qualcuno di voi e non mi vengano idee, è il metterle giù nero su bianco il difficile. Comunque penso che una pausa di riflessione ogni tanto faccia bene: quando si rilegge per riprendere il filo si può guardare al proprio lavoro con più distacco.
E ultimamente quello che produco non mi sembra così malvagio. Perciò ci rivedremo presto. Però, già che sei in vena di esternazioni, di' ai tuoi amici di non distrarmi con le loro possibili avventure future: finché non finisco la tua, di storia, non c’è spazio per nessuno!

E’ grave quando si parla coi propri personaggi, vero?

domenica 14 giugno 2009

Schegge di follia

Viviamo completamente circondati da eventi e persone improbabili che sfidano qualunque regola di buon senso...il genere di cose che in un romanzo verrebbero subito cassate come assurdità ed esagerazioni, per intenderci.

Un mio collega, in ferie in campeggio con fidanzata e una comitiva di amici, scende in macchina in paese a prendere quelle 7-8 pizze per la cena, in un locale in cui già lo conoscevano. Quando le pizze sono pronte, lui nota che gliele stanno scodellando nei piatti...
“Fermi!” avvisa lui, “Le porto via!”
Qualcuno pensava che lui se le mangiasse tutte da solo?
No, la realtà è ancora peggiore.
“Eh, ma abbiamo finito i cartoni.”
E quindi?!
“Le diamo i piatti, poi ce li riporta.”
Qualcuno ha voglia di immaginarsi la scena, 7 piatti pieni di pizze tutte molle, belle calde, sui sedili della macchina, lungo una strada non priva di curve?
Il mio amico non ha voluto e, seppure a malincuore, ha dovuto lasciare lì la cena.
La prossima volta mi diranno di piegarle e mettermele in tasca, mugugna.

Seguiamo una campagna di caratterizzazione di sedimenti del porto, che viene realizzata in due riprese.
Quando arriva la seconda tranche, ci incuriosisce il fatto che vengano richiesti parametri di analisi in gran parte diversi da quelli del primo gruppo: non fa parte tutto della stessa campagna? Come possono poi confrontare i dati?
Il mio capo di allora (oggi in pensione) sente puzza di bruciato, ma ci intima: “Guai a voi se fiatate!”
E’ curioso di vedere cosa succede e lo sono anch’io. Obbedisco.
Qualche mese dopo scoppia la bomba: ovviamente i cervelloni dei piani superiori si sono sbagliati, hanno copiato degli altri numeri, ma possibile che noi non ce ne siamo accorti? E non si possono proprio recuperare magicamente i dati di analisi che non sono state fatte?
Peccato che nel frattempo il capo se ne sia andato e abbia lasciato noi in prima linea a difendere il nostro operato!
Nella “normalità” ci sarebbe una persona che organizza e cinque che eseguono. Quando avviene il contrario...si sa che troppi cuochi rovinano l’arrosto.
Vabbè, questa non fa ridere come la prima.

Una mia collega ha subito un’operazione al cervello, per togliere una ciste che le cresceva dietro a un occhio. La convalescenza è stata lunga, come si può immaginare; la poverina ha avuto disturbi alla vista, capogiri, problemi motori e soprattutto paura nel riabituarsi a uscire di casa, a camminare in strada. Sarebbe stato importante poter fare questo percorso di riabilitazione in modo graduale, andando a passeggio nelle ore pomeridiane in cui i familiari potevano accompagnarla e/o prendersi cura dei bambini. Ma ovviamente –dal momento che non si trattava di una “ufficiale” terapia prescrittale dai neurologi- non le era consentito.
Per potersi curare non le è rimasto che usare la carta magica, quella che ti consente di fare tutti i comodi tuoi senza che i diritti acquisiti vengano minimamente scalfiti, né stipendio, né incentivi, né anzianità, alla faccia di chi sta male davvero e viene punito come un delinquente: permesso di maternità!
Un caso limite, ma tant’è.
No, questa non fa ridere per niente.

domenica 31 maggio 2009

Ridda di attività!

Non sono inoperosa come può sembrare.
E’ vero che col romanzo proseguo a scossoni come ho sempre fatto, e ho trascurato anche il blog.
Ma ho prodotto delle cose, come questo:
Sì, ora che ho scoperto di non essere proprio del tutto negata, mi sono dedicata al disegno, oltre che alle scemate in 3D come quest’altra:



Poi mi sono messa persino a disegnare un fumetto demenziale, di cui qui un particolare:



Ma ho anche scritto un racconto (in fase di revisione) in una sera, colta da subitanea ispirazione.

Pensavo a un tizio che ho conosciuto, che usava fare una certa cosa un po’ bizzarra, in realtà per un motivo abbastanza razionale; be’, nel parlare di questo con un’altra persona mi sono chiesta: e se quel motivo razionale non fosse affatto quello vero? Se lui facesse quella cosa lì per tutta un’altra ragione? Quale potrebbe essere?

Così è nato Avrebbe voluto essere piccolo, che non rispecchia –ovviamente- la situazione/personalità di quel mio conoscente ma è piuttosto un’elaborazione della mia (lieve) agorafobia. Non è una cosa seria, si capisce, quindi credo che non appena sarò convinta la posterò qui per la gioia di tutti.

mercoledì 13 maggio 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 2

Continua dal post del 29/4.

Dicevo, adoro questi libri perché l’incanto della Land e dei suoi abitanti ha subito fatto presa nel mio animo sensibile e bisognoso di conforto e sicurezza.
Naturalmente non tutto fila liscio neanche in questo mondo ovattato. La Land ha già conosciuto in passato brutti tempi e cataclismi, è già stata devastata rimanendo sterile e disabitata per secoli per via di un tremendo rito sacrilego invocato, pensate un po’, dal buono della storia, Lord Kevin.
Quando si dice la disperazione.
Perché è questo che Lord Foul fa alla gente.

E poi Thomas Covenant entra nella Land come il classico rinoceronte nella cristalleria (o era un elefante?): aggrappandosi alla convinzione che sia tutto un sogno, lui non vuole saperne, soprattutto quando quelli che incontra si ostinano a scambiarlo per la reincarnazione di una figura mitica e ad aspettarsi che lui usi un incredibile potere per aiutarli contro le forze del male.
No, Covenant ripete millanta volte che non gliene frega niente, non sa cosa fare, non sa usare questo potere, vuole stare in pace. Intorno a lui accadono disgrazie, muoiono come mosche, ma lui rifiuta di farsi coinvolgere, un lebbroso non può permetterselo.
Covenant insulta tutti, tratta male tutti, mette alla prova di continuo la pazienza di questa gente mite, commette persino un crimine odioso, all’inizio, che può far scappare la voglia di proseguire nella lettura. La giustificazione che dà a se stesso quando nonostante tutto prova un po’ di rimorso per il suo comportamento è che il suo coinvolgimento emotivo è proprio ciò che Lord Foul vorrebbe: il maligno in questo mondo agisce così, induce ciascuno a distruggere quello che ama.
Ergo, non affezionarsi alla Land è l’unica maniera per Covenant per essere sicuro di non rischiare di danneggiarla.

Ora, è facile per il lettore dargli addosso, disapprovare, far finta di non capire come mai il nostro non è felice di essere stato curato, di essere ammirato come un eroe e poter vivere una grande avventura ecc ecc…ma il fatto è che Covenant ha ragione.
E’ proprio questo quello che accadrà.

Come già detto, la lebbra è anche una metafora di ciò che pian piano succederà alla Land. Assisteremo a un progressivo disfacimento, alla corruzione di tutto, alla rovina e alla putrefazione volute da una mente malefica (macché Lord Foul, sto parlando dell’autore). Uno spettacolo straziante, per noi lettori e per il povero Covenant che si rende conto che tutto ciò è in gran parte colpa sua, che in qualche modo è tutto conseguenza più o meno diretta delle sue azioni, ed era proprio vero che se non avesse fatto niente sarebbe stato meglio…e noi ci sentiamo colpevoli con lui, come se il solo fatto di aver posato i nostri occhi impuri sulla Land fosse bastato a corromperla.

Perciò il finale è solo in parte consolatorio. Ciò che se n’è andato non tornerà mai più. Soprattutto l’innocenza. Perché è vero che un mondo così pulito non può esistere. Neanche lì.

Cosa rappresenta Lord Foul? Non vuole conquistare, non vuole comandare, vuole solo distruggere. E, se è vero che mette su un esercito di mostri, il modo in cui riesce veramente a fare del male è mettendo ciascuno di fronte ai propri limiti, alla propria inadeguatezza. E come può qualcuno da sempre convinto che i buoni propositi bastino per ottenere buoni risultati sopportare di scoprire che non è così, che si possono fare sacrifici sovrumani con la massima buona fede e fallire ugualmente?

Gli abitanti della Land non ci riescono. Perché sono troppo innocenti, e soccombono.

Lo capisce infine Covenant, lo capisce il personaggio che lo accompagna nel viaggio finale –che rinuncia alla vendetta e usa invece le sue ultime forze per aiutare un amico-, lo capisce Lord Mhoram quando ha l’intuizione sul fatto che sia proprio il loro giuramento di pace, il loro totale rifiuto della violenza a impedire ai nuovi Lord di proseguire nello studio dell’antica sapienza, a inibire il loro progresso.
L’unica cosa che può tener testa a Lord Foul è la speranza, ma non quella infantile di chi non conosce il male. Quella sofferta e conquistata di chi ha già visto il mondo crollargli addosso, di chi è già sprofondato, ha fatto tutto il giro ed è riemerso dall’altra parte. Di chi ha visto benissimo il male in faccia, lo ha subito e lo ha anche –purtroppo- commesso, ma rifiuta di farsene distruggere.

Non proprio una morale così banale e scontata, per un fantasy degli anni ’70, no?

Possibili critiche superficiali che non fanno piacere Donaldson a prescindere?

Il suo linguaggio è barocco, verboso, sempre molto impegnativo. Teniamo però presente che io –non un’amante delle lungaggini e delle descrizioni gonfiate- l’ho letto pure in un’altra lingua e non ho fatto tutta questa fatica. Penso però che in parte sia voluto: le maniere rudi di Covenant risaltano ancora di più in mezzo a gente che si esprime con toni poetici, usando molti termini desueti…Una sforbiciata ogni tanto gli avrebbe fatto bene, però, non lo nego. Spesso l’autore si perde a ripetere troppe volte concetti ormai chiari.

L’anello. Già, la storia gira intorno alla fede nuziale di Covenant, che nella Land avrebbe un irresistibile potere. Questo fa subito sbuffare alcuni: ecco il solito amuleto magico, per di più proprio in forma di un anello! Non poteva sforzarsi un po’, questo Donaldson?
In realtà la fede di oro bianco non è un oggetto magico qualsiasi, un oggetto magico “stupido” che può essere preso e usato da altri. Non è un oggetto magico affatto. Il potere sta interamente in Thomas Covenant, e alla fine si riduce tutto alla sua testardaggine, al non volergliela dare vinta né alla malattia né a Lord Foul.

E poi i nomi. Molti nomi di luoghi, popoli ecc ricordano vagamente alcune denominazioni di Tolkien. Credo sia un omaggio, o magari un fatto in parte involontario: questa è l’opera prima di Donaldson e lui stesso ammette di essere stato grandemente influenzato da Tolkien. Cosa c’è di male?
“Lord Foul” non è ovviamente il vero nome del nemico, ricordiamolo, ma solo uno dei modi in cui gli abitanti della Land lo chiamano. Anche noi abbiamo diversi e coloriti nomignoli per il diavolo.
…ok, Lord Kevin. Va bene. E’ un po’ come se fosse, per noi, “il grande Gigi” o qualcosa del genere. Ha lasciato perplessa anche me. Ma in fondo è un nome corto, semplice, le sillabe pronunciabili dall’apparato fonatorio umano non sono infinite e non è impossibile che per caso escano fuori nomi uguali in lingue di ceppo totalmente diverso. “Vercingetorige” sarebbe stato un altro paio di maniche.

Bene, questi erano i miei quattro pensieri sparsi su questa serie. Come vedete, sono impaziale e non mi sono fatta prendere la mano (anzi la penna) dalle mie preferenze personali. Non lo faccio mai.
Comunque non ho ancora finito.

martedì 5 maggio 2009

Intervallo

Plin plon plon plon plin plin plin…


Intervallo tra le due parti dell’articolo…e spiegazione sui motivi che mi hanno indotta a trascurare il blog (e un po’ tutto) in questo periodo.

Ho avuto la sciagurata idea di scaricare –come se non avessi già abbastanza giochi e scemenze con cui perdere tempo- un programma gratuito di elaborazione 3d, e da allora non faccio altro che gingillarmi con quello senza peraltro risultati degni di nota.

Cos’avrà sotto le scarpe?

Voolare ooo ooo…

Mi dica, cosa ne pensa dei miei lavori?

Ma la seconda parte della recensione è in arrivo…

mercoledì 29 aprile 2009

Thomas Covenant – La prima serie / 1

L’assai poco conosciuta (e apprezzata) in Italia trilogia The Chronicles of Thomas Covenant the Unbeliever (1977) di S. R. Donaldson è composta da:

Lord Foul’s Bane (La conquista dello scettro)
The Illearth War (La guerra dei giganti)
The Power that Preserves (L’assedio della Rocca)

Sebbene siano stati tradotti, ne parlo lasciando titoli e nomi in inglese perché è così che li conosco io.
(Sulla qualità della traduzione non so nulla, ma mi sento diffidente a priori…)

Non sono libri ingannevoli. Si capisce subito cosa si ha in mano. Veniamo immediatamente immersi, nei primi capitoli, nella descrizione dettagliata degli effetti della lebbra, con esempi piuttosto grafici.
Ma non è certo gusto splatter fine a se stesso: è una vera anticipazione della trama, di ciò che andrà ad accadere, figuratamente, durante la trilogia.

A guardarla con occhio critico, molti troveranno questa parte iniziale –la carrellata sulla vita del protagonista fino a quel momento- piuttosto infodumposa: ma c’era davvero un altro modo di far comprendere come Thomas Covenant fosse diventato il bastardo insensibile che presto conosceremo? Come questa sua poca affabilità sia però una seconda natura impostagli dalla malattia, un meccanismo difensivo –il che ci induce a sperare che alla fine di tutto la sua umanità repressa torni a prevalere?

All’inizio della storia Covenant ormai si è rassegnato (o almeno si è convinto di essersi rassegnato) a non aspettarsi più nulla dalla vita, vorrebbe solo pagare la bolletta del gas, possibilmente senza che i simpatici abitanti del luogo scappino urlando quando lui passa per la strada.

Per farla breve, dopo un incontro enigmatico con uno strano mendicante, ecco che il nostro eroe cade per terra e bam! si ritrova in un altro mondo, la Land, appunto, dove un’entità maligna dai molti nomi (nessuno dei quali lusinghiero) tenta dapprima di tirarlo dalla sua parte e poi, avendo ottenuto un rifiuto, gli affida un messaggio minaccioso da portare a chi di dovere.

Sebbene nel ’77 non ci fosse ancora stata l’inflazione di signori del male e di eroi terrestri in trasferta che hanno poi imperversato nei decenni successivi, bisogna ammettere che questo spunto di per sé non sembra molto originale…se non fosse per il personaggio centrale, che non si lascia incasellare in una categoria. Non è certo l’eroico salvatore che gli abitanti della Land si aspettavano, non è neanche l’antieroe imbranato ma volenteroso che alla fine ce la mette tutta per non fare brutta figura, no no, lui si comporta proprio come un figlio di.

Lo spettacolo della Land, in cui veniamo catapultati insieme a lui, è di uno splendore da mozzare il fiato. Un mondo idilliaco, puro, sano, niente a che vedere con quelle brutte copie di medioevo alternativo con cui ci asfissiano oggi; un mondo in cui gli abitanti non conoscono la guerra, non conoscono avidità, vivono in perfetta simbiosi tra loro e con la natura (che –questo bisogna dirlo- non è matrigna come la nostra, ma anch’essa molto più benevola), la parola data è la parola data, l’amicizia e la collaborazione sono i principi cardine su cui si fonda ogni cosa e l’unica malvagità è quella portata –per l’appunto- da Lord Foul e i suoi demoniaci progetti.

Manicheo? Certo, perché no? E’ fantasy. Se voglio leggere storie di guerricciattole e crudeltà tra piccoli uomini tutti ugualmente meschini senza che ci sia nessuno di cui valga la pena prendere le parti leggo il giornale.
La Land com’è all’inizio della storia è –unica tra tutti i mondi fantasy da me visitati- davvero il posto dove vorrei vivere. E -mi sia consentito esprimermi con la leggerezza della tipica fangirl- se non ne vedete la bellezza siete dei caproni.

I personaggi principali sono l’incarnazione stessa di questa bellezza, di questa innocenza.
Lord Mhoram, Foamfollower e Bannor soprattutto. Ma anche Lena, Bannor, Trell, Bannor, …l’ho già nominato Bannor? E’ impossibile non amarli. A meno di non essere, per l’appunto, ovini senza discernimento come dicevo prima. E a parte Elena, che mi è antipatica.

No, certo, non sono “umani” nel senso comune del termine. Pur non perfetti e non certo immuni all’errore, non si comportano come faremmo noi: sono persone altruiste, col senso del dovere, continuamente spinti dal desiderio di fare la cosa giusta, di proteggere i più deboli. Per questo Covenant si convince che non possono essere veri, e loro d’altro canto continuano ad avere fiducia in lui, a perdonargli ogni offesa, perché l’idea che qualcuno possa non avere a cuore il bene della Land sopra ogni altro interesse è un concetto che semplicemente non riescono a contemplare.

I lettori che amano gli intrighi e i tradimenti, che si alimentano di fratricidi e guerre civili senza esclusione di colpi si annoieranno a morte, quindi, a viaggiare con compagni privi di qualsivoglia secondo fine, a farsi assistere da guardie del corpo di cui ci si può fidare ciecamente, a conversare con giganti gioviali il cui ottimismo fa male al cuore.

Senza dubbio ‘sti Lord sono quattro imbranati, che non sanno neanche usare il potere per quello che serve davvero, cioè affascinare belle ragazze (o bei ragazzi) e vivere da nababbi. I giganti che potrebbero spaccare tutto e comandare loro invece stanno sempre a raccontarsi storielle e a sospirare per la nostalgia di casa, mammolette! E non parliamo neanche del Voto delle Bloodguard: castità per duemila anni, cioè.

Ma attenzione, lettori crudeli, non tutto è perduto: forse quando tutta questa gente verrà travolta dal male che ritorcerà la loro stessa innocenza contro di essi per schiacciarli –volendo distruggerli moralmente oltre che annientarli-, forse allora vi divertirete!

Continua...

martedì 14 aprile 2009

Sniff sniff…


Però, quel tizio che ha scritto di come gli odori possano risvegliare d’un tratto emozioni e ricordi sapeva il fatto suo…

Sin dalle prime volte in cui ho avuto a che fare coi solventi organici in laboratorio (terzo o quarto anno, suppongo), i vari aromi di queste sostanze hanno suscitato in me le più diverse reazioni.

L’acetone non mi dice granché, del resto qualunque donna ha dimestichezza con il più comune ingrediente dei solventi per smalto.
Esano, isottano, etere di petrolio e idrocarburi in genere sono solventi tranquilli, non molto fastidiosi: tutto sommato mi piacciono, danno la giusta atmosfera al laboratorio senza opprimere.
Il toluene non avrebbe un cattivo odore, ma non è bene rimanere a respirarlo, giusto? Perciò lo evito come la peste.
I clorurati diventano subito molesti e mi danno una leggera nausea.
Odio terribilmente l’etere, mi fa venire i conati e me lo sento addosso tutto il giorno.
Non voglio neanche nominare il solfuro di carbonio (oops l’ho fatto…).
Ma l’acetato di etile

Ha un odore che mi ha subito conquistata, quasi commossa. Mi sembrava familiare e rassicurante, amichevole, ma non sapevo collocarlo.
Finché non mi sono confidata con i colleghi quasi coetanei e uno di loro di ha chiarito il mistero.
Tah-daahhh…


Era l’odore del Crystal Ball!

Quanto ci ho giocato! Ricordo di averci passato un’estate intera, con le mie bolle rosse verdi e blu, durante le vacanze in campagna, ché mi sono sempre rotta a stare in mezzo alle galline.

Come se non bastasse, ho appena scoperto questo blog dedicato alla mia generazione sgangherata e al mondo assurdo in cui siamo cresciuti, rendendomi conto di quanto la nostra infanzia sia stata demenziale (l’adolescenza già lo sapevo).
Tutto da buttare?
Mah, ormai è andata così!

Per rimanere in tema di reminiscenze e confidenze intime, già che ormai sono partita per la tangente come una vecchia rimbambita, potrei quindi passare a illustrare a chiunque passi di qui le mie prime fantasie erotiche suscitatemi allora da un bizzarro film di fantascienza…

Ma pensandoci bene è meglio di no.

sabato 11 aprile 2009

Non è mica uno spogliarello

Emi va al Carlo Felice ad assistere alla Passione Secondo Matteo, e prima dello spettacolo un tizio intima a tutti di pensare ai “caduti dell’Abruzzo” e impone un minuto di silenzio.

Ora, dice lui, a parte che i “caduti” sono quelli che muoiono in guerra e per fortuna non è questo il caso, ma perché mai noi ci dovremmo sentire in colpa, come fossimo a una festa frivola e inappropriata? Per la Passione?!

Emi è talvolta brutale nelle sue esternazioni, ma la sua irritazione mi ha indotta a domandarmi se le trasmissioni tv più frivole e inappropriate si siano fermate in questi giorni.
Ma avrebbero dovuto? Non so.
Tirare musi in effetti non aiuta nessuno.

Perciò posto un interessante articolo del mio amico, già pronto da tempo in verità…


AL DIAPASON!

La mia cara Auly (già immagino la faccia che farà leggendo questo inizio) si è meco lamentata recentemente perché, durante le prove e i concerti di Natale, in cui suonava l’ingombrantissimo flauto gran basso in Do (che negli insieme sta alla voce del tenore), si è dovuta dannare per cercare di arrivare al diapason voluto dal direttore, che peraltro era il consueto 440 (hertz); si/mi chiedeva Auly: ma visto che clavicembalo e organo nonché il liuto – quando non è scordato – potevano benissimo essere accordati ad un diapason inferiore, non potevano venirmi incontro anziché farmi spolmonare per poi essere stonata e conseguentemente ripresa e depressa? E’ così importante rispettare il diapason a 440?

Beh no, che diamine! Al diavolo il diapason, è tutta una convenzione! Tant’è vero che alcuni anni fa, per combattere la tendenza di alcuni direttori importanti ad adottare un diapason più alto, che faceva svettare le voci e squillare gli archi e i fiati, ma rischiava di logorare le corde vocali dei cantanti e accorciarne la carriera, era stata presentata una proposta di legge che imponeva nelle sale di concerto e teatri il rispetto del diapason a 440 – l’articolista ironizzava sui Carabinieri che andavano col corista a controllare …

Per gli appassionati della cosiddetta musica antica, poi, parlare di un diapason di riferimento fa ridere: per quel che ne so, nei tempi antichi i costruttori intonavano gli strumenti sulla campana della chiesa, quindi ce n'era uno per villaggio ... Del resto nessuno portava i suoi strumenti con sé (peraltro in viaggi disagevoli, malsani e pericolosi), quando arrivavano a destinazione trovavano lì gli strumenti e quelli suonavano – ne è derivato addirittura un genere musicale, quello dei Preludes, brevi brani a carattere improvvisatorio che servivano a prendere confidenza col “nuovo” strumento.

Anche esaminando gli ordini che importanti corti o famiglie facevano a costruttori stranieri, si rileva che comperavano gli strumenti a decine, in modo che fossero intonati tra loro in numero sufficiente.

Anche il famoso 415, che è stato il diapason di riferimento per i cultori della rinascita della musica barocca, era il diapason più comune in Germania tra i cori, niente più!! A Venezia pare si usasse un diapason a 465, in Francia nel periodo preclassico 435, e così via. Certo, oggi che un musicista parte da Roma col suo strumento e va a suonare a Tokio, per dire, se non ci fosse un diapason standard sai che problemi! e poi gli strumenti moderni sono fabbricati in serie e standardizzati, ma è proprio questo che abbiamo rifiutato, noi cultori della ricostruzione filologica della musica, no?

Quindi ha pienamente ragione Auly e torto il direttore, anche se lo capisco, poveretto, a mettere d’accordo una decina di pazzi …

sabato 28 marzo 2009

Titolare

So che dovrei preoccuparmi di scrivere il romanzo invece di perdermi di questioni oziose…ma non avere un titolo mi disturba un po’. Chiamarlo Vattelapesca è anche irrispettoso. Poverino.
Ma…coi titoli non ho confidenza, faccio sempre fatica.
Ed è importante sceglierlo bene, è il tuo biglietto da visita, caro romanzo.

Insomma, voglio evitare, se possibile, il classico:

Il/La [nome] di [altro nome]

Iperstrausato, non se ne può più. Anche perché nel fantasy può raggiungere vette di ridicolo inimmaginabili.
Vai di Polygen!

L'alba del caos
La sfida dell'inverno
La fortezza delle stelle
Le scarpe del fuoco
La maledizione della notte


Una struttura talmente banale e ormai noiosa che non mi viene in mente proprio niente. Devo sganciarmi da questo modello!

Naturalmente ci sono anche quei titoli secchi, autoassertivi, formati da una sola parola.

(Il/La) [nome].

Caspita, è impegnativo. Per trovarne uno così bisogna che nella storia ci sia una qualche idea forte, un luogo o un oggetto significativi, oppure un personaggio.

Ecco, proviamo…

Il lago Lumina.

Cioè? mi domanda la mia alter ego criticona e scettica. Perché il lago ha l’onore del titolo? Racchiude un mistero, vi si svolge la storia, è un luogo mitico?
Mah, è lì nel centro della mappa, e qualcuno poi ci fa il bagno e ci va in barca…
No, luoghi e oggetti così fondamentali non ce ne sono, l’unico filo conduttore di tutto è il personaggio, ma il suo in copertina sarebbe interessante e attraente quanto il mio. E chi è, chi la conosce? No, non mi convince.

Il/La [nome] [aggettivo] non è molto meglio.

A me piacerebbe inventare un titolo particolare, strano, magari formato da una frase intera, che si capisca che è il titolo di un fantasy ma che esca dai soliti schemi.

Appunti per Clari. Ma non è vero che prendono tutti appunti per Clari, è solo uno dei narratori che si rivolge a lei, e poi Clari non c’entra niente.
Siamo tornati a casa. Buon per voi.
L’uovo rosso. Mah! Bisogna leggere tra le righe per capire cosa significa…
L’erede mancata.

Uhm…quest’ultimo non è male.
Ci penserò. Intanto a occhio e croce devo scriverne ancora ¾.

Nota: A proposito di Polygen, pare proprio che il sito sia stato definitivamente chiuso…sono sempre i migliori che se ne vanno!

Nota n. 2: La settimana prossima vado a farmi sparare con un raggio laser. Forte, eh?

Ma non così!!!

domenica 22 marzo 2009

Mea Culpa

Avendo sotto gli occhi varie liste –alcune spiritose, altre decisamente irritate- dei tipici cliché del fantasy da evitare perché ormai hanno stufato, posso sì gongolare per averne evitato la maggior parte, ma ahimè sono costretta a rendermi conto di averne comunque usati due dei più terribili e ritriti, che non posso più eliminare in quanto presupposti su cui si fonda tutta la prima metà della storia, e che rischiano di alienarmi le simpatie dei potenziali lettori sin dalla sinossi.

Il mio protagonista è orfano, e lo è proprio a causa dei nemici che andrà poi a combattere.

Il mio protagonista è l’erede al trono e non lo sa.


Ho pronte un sacco di scuse ottime giustificazioni, però! E posso elencare altri elementi di originalità che invece rendono la situazione meno prevedibile di quanto ci si potrebbe aspettare! Non scappate subito!

Ok, questo mio personaggio –chiamiamola Marilla e via- ha perso entrambi i genitori a causa dei nemici (che non è la stessa cosa di “uccisi dai nemici”, attenzione) e viene allevato da un’altra persona in un luogo isolato. Ma almeno questa persona non è un mago, non è un mentore, non è un vecchio saggio: solo un’ex-maestra (nemmeno anziana, per inciso) che si è ritirata in campagna per stare in pace, per motivi suoi. Non è perseguitata né in pericolo, non ha oscuri segreti né una doppia identità e neanche poteri soprannaturali. Insegna a Marilla solo cose normali. Una barba? Vedremo.

Anche sulla storia del trono si può glissare, credetemi. Non è un colpo di scena, lo sanno tutti tranne lei, e quando finalmente anche Marilla lo capisce non le servirà a niente. Perché nel frattempo succede…uno spoiler.


Aaaahh che paura, uno spoiler!

Marilla non diventa una guerriera in una settimana, né in un mese, né mai. Non posso garantire che non combatta neanche una volta, anche se questo sarebbe il mio desiderio, perché alla fine non è che proprio il romanzo mi obbedisca sempre. Ma diciamo che, se lo farà, sarà una zuffa accidentale. Non è una maga, non è una ladra, non è una prostituta, sacerdotessa, venditrice di caldarroste.
E cosa fa Marilla?
Gli affari propri, o almeno lo vorrebbe…
E, incidentalmente, non è neanche una donna.
Cosa avete capito?! Marilla è un ermafrodito, come tutti quelli della sua specie.

E sta anche zitta perché io non le concedo mai la parola. Non è muta, anzi. Ma non vediamo mai il suo diretto punto di vista, i narratori sono altri e ciascuno si è fatto di lei un’idea diversa.

Ora potrei anche parlare di questi narratori e magari postare qualche pezzettino per dare un’idea, ma se passa di qui uno di quei terribili ladri di romanzi di cui Internet pullula? Sono molto fiera di questo mio approccio originale alla narrazione, e se qualcuno mi copia lo schema? No, no e no!

Ladro di romanzi all’opera.

giovedì 12 marzo 2009

Fuori programma (e fuori di testa)

Cosa si intende esattamente per “fuori programma”?
Qualcosa di non previsto, giusto?
Ma…in che senso?

Nel corso della mia attività artistica ne ho viste delle belle. Tuttavia si può semplificare. Gli “imprevisti” sono sostanzialmente di due tipi.

Tipo 1: in pubblico.

Ci si sta arrangiando come al solito. Ci hanno portato via il tavolo e le luci lasciano a desiderare, ma va bene. Per fortuna l’amplificazione è decente.
Cominciamo, ma pochi minuti dopo succede qualcosa. Ad esempio, uno scroscio di pioggia; metà del pubbli­co fugge per cercare riparo sotto al porticato. Noi resistiamo eroicamente, leggendo a malapena gli spartiti punteggiati di pioggia, possiamo farcela. Ma il palco è sdrucciolevole, i ballerini rischiano di farsi male. Si decide allora per una pausa, passato l’acquazzone, per asciugare un po’.
Ci suggeriscono di suonare qualcosa per riempire la pausa, ma subito qualcun altro dice invece che la scena è volutamente silenziosa. Poi giunge la maestra di danza a chiedere perché non stiamo suonando. Insomma, occorre un “fuori programma”.
Si fa così.
Qualcuno che ha autorità o si illude di averla, tipo Gaetano, propone qualcosa.
«Facciamo il pezzo A» dice.
Il pezzo A, essendo tutto ciò un “fuori programma”, appunto, non fa parte del repertorio preparato dell’occasione, oppure era previsto in un altro punto, quindi lo spartito va cercato nel quaderno. Passano alcuni minuti prima che tutti abbiano la musica giusta davanti e lo strumento necessario in mano. Però allora il presunto leader entra in una fase di pentimento per ciò che ha detto poco prima, e cambia opinione:
«Ma no, facciamo invece il pezzo B!»
Identici problemi per il pezzo B.
Quando siamo di nuovo pronti è qualcun altro, tipo Giorgio, a prendere la parola scuotendo la testa.
«Però il pezzo B non viene mica tanto bene. Ti ricordi che dovevamo ancora sistemarlo, decidere questo e cambiare quell’altro?»
Il capo non tanto capo ci pensa su.
«Hai ragione. Allora niente, facciamo A.»
Si torna ad A e ci sono gli stessi guai dell’inizio. In più, sicuramente almeno uno di noi, credendo che il pezzo A fosse definitivamente passato di moda, l’ha gettato via, o l’ha tolto dal quaderno, o lo ha nascosto in una busta insieme ad altro materiale di riserva; insomma, non lo trova più e dopo vane ricerche deve affrettarsi a leggere sul quaderno del vicino.
A questo punto ci vengono a dire che il tempo morto che avremmo dovuto coprire è finito.

Tipo 2: in privato.

«No, Aurelio! Possibile che tu non capisca? Ci stai mandando fuori. Guarda che non devi suonare contro di noi, ma con noi. Lo capisci? Noi non siamo né rivali su cui primeggiare, né il tuo sottofondo su cui tu puoi fare i tuoi voli pindarici...»
«Ma a me sembrava...»
«E sbagli! Tu hai l'idea che noi siamo il basso continuo e tu la voce di canto, che tu solo sei importante! Ma non é così!»
«Però...»
«Tu non sei la prima voce; sei solo la voce più acuta. Qui non facciamo musica barocca...Qui é fondamentale l'armonia piuttosto che la melodia. Lo dovresti sapere. Qui ci sono cinque voci assolutamente paritarie che devo­no intrecciarsi in modo organico e formare un'armonia...che non c'é se tu spari lassù in cima!»
«Ma io ho letto su quel libro che...»
«Non puoi aver letto una cosa simile. Noi dobbiamo essere come delle canne di uno stesso organo...dobbiamo suonare insieme e fonderci perfet­tamente senza che nes­suno prevalga sugli altri. Noi quattro ci stavamo riuscendo, prima che tu iniziassi a zufolare così forte!»
«Ah, quindi sarebbe colpa mia?»
«E mi permetto di ricordarti anche che gli abbellimenti che fai non sono sempre quelli ideali. Sono troppi, oltretutto»
«Bene. Poi basta?»
«Non ti sei accorto che gli ultimi erano totalmente fuori? Se vogliamo inserire degli abbellimenti bisogna che lo facciamo in modo sistematico, dobbiamo metterci a ta­volino e stabilire gli abbellimenti per ogni voce in modo che si incastrino a vicenda. Tutte le voci meriterebbero di essere abbellite, ma se ci mettiamo a fare questo non finiamo più, perciò fin dal­l'inizio abbiamo detto...forse non hai sentito...di lasciar perdere e di dedi­carci ad altre cose»
«Mi pare non ci fosse niente che non andava in questo ultimo sistema. Ho aggiunto delle normali diminuzioni, le solite...»
«AURELIO!!! Non discutere! Facevano schifo! Erano fuori tempo, rovina­vano gli ac­cordi, distruggevano tutti gli incastri delle dissonanze, non fa­cevano capire niente dell'armonia! E oltretutto per fare quegli schifi perdi il tempo e ti trovi sempre indietro di un quarto!!! Non so come ti permetti di rovinare l'arte del Maestro con le tue por­cherie!»
«AH, QUINDI SONO IO CHE TI HO ROVINATO QUESTA MERAVIGLIA? ALLORA GUARDA COSA NE FACCIO!!!»
(straaap...)

martedì 3 marzo 2009

Letteratura d’evasione…un paio di stivali!

Ecco, avevo tanti progetti per i prossimi post: sui miei personaggi, sulla mia tecnica narrativa, sulla musica, sulle scemate e sulla gatta, e avevo anche un articolo già pronto su un film che avevo visto tanti anni fa e solo ora sono riuscita a ritrovare. Ma…no! Il mio amico collega Sandro mi tampina in continuazione mentre lavoriamo, mi fa gli agguati nei corridoi e mi umilia davanti a tutti perché vuole che riveli qual è il libro che mi è piaciuto tanto.
A nulla serve ricordargli che è un fantasy, quindi non il suo genere, che non credo si trovi in italiano e che comunque non piace mai a nessuno. Che, soprattutto, volevo terminare la rilettura e preparare una recensione approfondita…
Va bene! Basta! Ecco com’è andata!


Nel millennio scorso ero a circa 2000 km da casa e non mi stavo divertendo affatto.
Intanto, non stavo concludendo un bel niente nel lavoro che avrei dovuto fare (e che nessuno dei cervelloni in carica aveva ben chiaro cosa fosse, figuratevi che ne sapevo io), il che, quando già il rimanere lì ti costa un certo tipo di sacrificio, è proprio una bella soddisfazione.
Le compagne di casa maleducate facevano chiasso, la finestra aveva spifferi tali che sembrava di stare nella galleria del vento e dovevo dormire col berretto. Avevo pochi soldi. Ero completamente sola, non mi ero fatta neanche la parvenza di un’amicizia e le telefonate a casa erano spesso le uniche occasioni che avevo di ascoltare la mia stessa voce.
Mi mancavano la gatta, la mia stanza, la musica, i libri…tutto tranne mia madre (che poi era il principale motivo che mi aveva spinta a partire).

Eppure è vero che dai momenti neri può nascere qualcosa di bello.

Ad esempio, all’ultimo anno di università ho bisticciato col professore con cui avrei dovuto fare la tesi, e che mi aveva trattata male; ero così disperata e furiosa che ho trovato il coraggio di avvicinare un altro prof che sarebbe stata la mia prima scelta ma a cui prima non avevo osato chiedere dato che sapevo che pretendeva una media altissima e altri requisiti che non avevo…sono riuscita a farmi prendere lì e ho fatto la tesi che desideravo davvero, cosa che non avrei ottenuto senza quella delusione precedente.
Vabbè, questo non c’entra niente.

Ho imparato a leggere libri in inglese, non sapevo cos’altro fare per resistere alla tentazione di buttarmi a mare.

Ecco, in quel periodo infransi quel mio proposito molto intelligente di non leggere fantasy per non farmi influenzare nella creazione del mio romanzetto. Ero così malinconica che decisi proprio di darmi al fantasy per divertirmi -non nel senso di ridere (ancora non sapevo dell'esistenza di Terry Pratchett), ma per distrarmi, staccarmi dalla dura realtà della mia vita in esilio.
La biblioteca di Cardiff aveva una vasta sezione di fantasy –che nel Regno Unito non è considerata stupidaggine da bambini- ma scoprii con sgomento che erano tutte saghe interminabili e per lo più incomplete.

Così scelsi in base a questo principio: doveva essere disponibile il primo volume.
E magari anche gli altri, ma a questo avrei pensato dopo. L’importante era cominciare dal principio, echeccavolo, ci vuole ordine!

Se avessi scelto, che so, Drangonlance, tanto per dire, credo proprio che la mia vita avrebbe preso una piega differente.

Ma l’unica trilogia completa sugli scaffali era The Chronicles of Thomas Covenant the Unbeliever, di un certo Stephen Donaldson. Erano tutti sconosciuti per me, l’uno valeva l’altro, e questo titolo sobrio mi attirava. Niente donnine in copertina, nessun accenno a draghi ed elfi. Buono, no?

Così mi portai via Lord Foul’s Bane e quella sera mi sedetti rilassata a leggerlo pregustando un’avventura rilassante e poco impegnativa.

Come uno un po’ depresso che pensa: “Ora mi guardo una puntata di Futurama per farmi quattro risate!” e si becca l’infame Jurassic Bark. Che non mi ricordo come si chiama in italiano. Ma se l’avete vista sapete qual è.

venerdì 27 febbraio 2009

Dall’inizio?! No, dai!


La storia della mia attività musicale inizia nel dicembre 1981.

E vedo un mucchio di possibili lettori scappar via già annoiati.
I giovani di oggi non hanno più pazienza, ecco la verità!

No, la faccio breve.

Durante una delle mie primissime lezioni di flauto, il maestro chiamò noi principianti del primo anno (che stavamo apprendendo le basi in un’altra stanza) per farci sentire come veniva bene il pezzo di musica d’insieme che quelli del terzo anno stavano studiando.
Fui molto impressionata da quel gruppo di persone.
Ricordo di essere andata da mia mamma a dirle: “C’è uno di quelli grandi che sembra matto, si dà degli schiaffi da solo e mi ha fatto paura!”
Quello era Emi. Da quando ha messo da parte l’antica abitudine all’autopunizione fisica per gli errori suona peggio.

L’anno successivo la mia classe non esisteva più, rimanevo solo io. La migliore o la più scema, la più…? No, cioè, non so dove siano andati gli altri. Non sono stata io, giuro.
Ma con questo trucco venni inserita in breve tempo nel gruppo degli “anziani” e pian piano li surclassai tutti ahah. Ma intanto il maestro rompeva i rapporti con la scuola di musica locale e dovemmo diventare pendolari per proseguire i nostri studi.

Facevamo seminari mensili a Genova Nervi, non molto comoda da raggiungere col treno venendo da ponente. Dovevamo cambiare almeno una volta, sempre di corsa, con valigioni immensi ricolmi di strumenti.
Ho un flash di noi che, per fare prima, prendiamo una scorciatoia attraverso un treno merci fermo sul binario accanto, rischiando la vita.
La grande nevicata dell’84 ha trasformato una domenica potenzialmente noiosa in una spedizione polare piena di imprevisti e momenti di azione frenetica.
Seguendo fiduciosa le in­dicazioni di Emi (che una volta si é perso anche dietro casa sua) mi ri­trovai spesso in posti di cui non immaginavo neppure l'esistenza. Una volta che avevamo fretta e per questo avevamo deciso di prendere l’autobus, lui scelse con finta sicurezza una linea urbana a casaccio e mi condusse nel cimitero di Staglieno, mentre altrove (quasi dall’altra parte di Genova) ci aspettavano con ansia per iniziare uno spettacolo. Io ero allora così ingenua e timida che ci ricascavo ogni volta, a fidarmi di lui.

Ma, nonostante la mia apparenza timida e remissiva, non ci misi molto a rivelare anch’io la mia vera natura. Un esempio su tutti.
Il maestro mi chiama per domandarmi in prestito il mio nuovo flauto contralto barocco per uno dei miei compagni, solo per un pomeriggio in cui gli “anziani” fanno una prova d’insieme senza di me. Ovviamente mi fido del maestro e acconsento, il mio compagno passa da casa mia e io gli consegno la valigetta.
Sento un certo disagio nel farlo, ma la timidezza mi impedisce di bloccare il malcapitato prima che se ne vada per consigliargli di fare una cosa che sembra troppo stupida per essere sensata: controllare che il flauto ci sia…
Metto a tacere questi dubbi sciocchi e mi rimetto a farmi i fatti miei. Fino a quando, poco dopo, ricevo una telefonata disperata dal poveretto: egli boccheggia e balbetta, atterrito, non sa proprio come dirmi che qualcuno deve essersi introdotto in camera mia e avermi rubato il flauto dalla valigetta, lasciandomela vuota!
E il flauto mi guarda beffardo da uno scaffale della libreria dove mai e poi mai usavo posarlo. Non ho dubbi: il malvagio pezzo di legno mi ha controllata mentalmente. Occhio ai buchi…

lunedì 23 febbraio 2009

Il Bastone, la Pietra, il Signore Immondo e quattro schiaffoni

Sto facendo una cosa pericolosissima.

Mi sono messa a rileggere –dopo quasi 10 anni!- una serie che avevo amato moltissimo, che tutt’ora avrei indicato come la mia preferita in assoluto.

Questi sono i romanzi che 10 anni fa mi avevano indotta ad abbandonare la scrittura, perché mi erano piaciuti troppo, facendomi sentire incapace e inadeguata.

La faccenda quindi è doppiamente pericolosa.

Avevo letto questi libri (presi in prestito in biblioteca) mentre mi trovavo in un luogo lontano, vivendo un’avventura non troppo felice, in uno stato d’animo molto particolare e probabilmente vulnerabile.
Avevo quindi acquistato tutti i volumi (3+3) perché non potevo neanche pensare di non averli a disposizione, ma, benché sia mia abitudine rileggere –anche a pezzi- i libri che mi sono piaciuti, quelli non avevo mai osato riprenderli in mano.

Il perché è presto detto: oltre ovviamente alla voglia di esplorare altro e il poco tempo a disposizione, c’era un sottofondo di paura a frenarmi. Il terrore di scoprire che l’emozione forte che quei libri mi avevano dato era stata soprattutto frutto di quel momento, di quella situazione. Insomma, che era stata un’illusione.
Temevo non mi piacessero più! Sarebbe stata una delusione insopportabile!

Ma devo dire che di solito non mi succede. Non essendo io una persona facile agli entusiasmi, se qualcosa mi colpisce e mi emoziona davvero significa che ha toccato qualche corda profonda dentro di me…

Con mia grande gioia, quindi, ci sono ricascata dentro con tutte le scarpe. L’essermi dimenticata di gran parte dei dettagli mi consente di tenere viva l’attenzione, ma nel contempo il sapere già cosa succederà mi fa apprezzare meglio certi passaggi, certi dialoghi. Tutto risulta ancor più doloroso che durante quella prima lettura, quando ero ignara della devastazione progressiva a cui avrei assistito. E’ una “gioia” relativa, infatti.

Qualcuno ha detto che rileggere un libro amato è come ritrovare un vecchio amico, ed è vero, perciò gioisco di questo, sono felice che il mio amore per il mondo creato dall’autore abbia resistito alla prova del tempo, che le numerose e più diverse letture fantasy che si sono susseguite in questi anni non ne abbiano in alcun modo appannato la bellezza ai miei occhi, anzi, posso affermare di non aver più provato questo livello di coinvolgimento emotivo pur avendolo tanto cercato.
Sì, ne sono felice, anche se questo vuol dire che il terzo volume sarà uno strazio e mi lascerà così come allora.

E adesso magari vorreste che vi dicessi che romanzi sono. Bella pretesa! Data la totale assenza di draghi, adolescenti eroici e guerriere che si battono in costume da bagno, non hanno avuto successo in Italia, tanto che non so neppure se siano stati tradotti tutti o lasciati a metà come si usa spesso; insomma li avete snobbati quindi adesso me li tengo io, me li leggo tutti io da sola e basta, tié!

Nyah-nyah…

C’è solo un piccolo problema…da quando mi sono immersa nella rilettura non sono più riuscita a scrivere una riga. Ora come allora, mi sembra tutto così banale e sciatto quello che produco…Hellfire and bloody damnation! Perché questi libri devono inibirmi così?! Quattro schiaffoni non so se bastano per farmi rimettere al lavoro!

E un calcio nel sedere?

lunedì 16 febbraio 2009

Marsupiale

Che meraviglia sentire una nuova idea sbocciare!

Molti sono i germi di idee che brillano per un solo istante e poi non trovano nutrimento, non trovano appiglio, decadono e svaniscono in un battere di ciglia. Altri vivono per un poco di più, ma poi cedono il passo ad altri spunti, devono farsi da parte perché non c’è spazio per loro. Vengono inglobate oppure schiacciate. Talvolta la piccola idea accantonata, comunque, fa impercettibilmente deviare la strada di quella grande, e ciò che sembrava solo un trascurabile scarto alla partenza diventa un oceano intero di differenza all’arrivo.

Ma ecco, sei stato colto dall’idea interessante, quella che promette di svilupparsi in qualcosa di organico. L’idea va nutrita, coccolata, scaldata in seno, protetta contro tutto e tutti, perché è ancora una piccolissima cosa invero, un grumo di labili possibilità.
L’idea si nutre di te e nel contempo ti regala qualcosa, uno scambio continuo.

Mi sento un po’ una cangura.

E non c’è niente di peggio del vedere l’idea avvizzire, divenire stantia e perdere colore, e capire che è colpa tua, perché non hai saputo cogliere il momento in cui essa andava staccata dal tuo petto e svezzata, pena l’essere soffocata dal suo stesso isolamento.

Occhio però alle idee troppo affettuose.