sabato 6 dicembre 2008

Violiniste e numeri primi

E’ da un po’ che volevo parlare del premio Strega, La solitudine dei numeri primi, appunto, di Paolo Giordano.
Esitavo perché mi sto ancora chiedendo che cosa ho letto.
Non un brutto libro, scorrevole, leggero…ma, appunto, non mi ha lasciato nulla.

Non è un romanzo generazionale, che racconti i tipici adolescenti di un certo periodo. Non è neppure una storia strampalata ma in qualche modo emblematica, che offra un aggancio alla realtà quotidiana di noi tutti. E’ la storia di due matti, i cui meccanismi mentali seguono percorsi incomprensibili (perlomeno per me), e che rimangono chiusi a qualunque influenza esterna, senza speranza di miglioramento.
E cosa mi dice un libro così?
E’ come osservare un muro.

Non era iniziato male! I primi due capitoli, dove facciamo conoscenza coi protagonisti, Alice e Mattia -due bambini che stanno vivendo il più brutto giorno delle loro rispettive vite, vittime di altrettanti traumi che li segneranno per sempre-, promettevano bene, ma è finita lì. Perché immediatamente dopo ritroviamo i due, cresciuti e trasformati in psicotici gravi con cui non è possibile alcuna vera immedesimazione da parte del lettore.

E l’autore dovrebbe imparare che se introduco un personaggio che è un cretino irritante, anche se lo riempio di problemi e traumi rimane sempre un cretino irritante, il lettore faticherà a stabilire un contatto emotivo con lui…e se poi tutto si riconduce a finte problematiche autoindotte causate dalla sua stessa cretinaggine e nulla più ecco che viene spontaneo mandarlo direttamente a quel paese.
Ecco, il vero dramma che ho visto io in questa storia è veder accostata l’autentica tragedia di Mattia –segnato a vita da una madre da telefono azzurro- con le paturnie di una fighetta insopportabile, quasi fossero la stessa cosa.

Si va avanti per curiosità, si osservano i due come bestie rare per vedere cosa mai combineranno nella loro situazione di squilibrio mentale, talvolta si prova per loro compassione o rabbia, ma non si viene coinvolti, non è possibile legare emotivamente con personaggi così sopra le righe.

Quello che manca è un punto di vista normale.

A dire il vero manca qualunque altro punto di vista: gli altri personaggi sono macchiette o stereotipi a tutto tondo: la domestica straniera, l’amico gay, la bulletta (*) della scuola bella, ricca e col corteggio di amichette sceme [ehi, ma c’e n’è una anche nel mio Adagio ma non tanto! Disdetta, potevo vincere ioooo!]

E siccome entrambi soffrono di problemi mentali seri da cui è impossibile che escano da soli, è ovvio che non potranno risolvere nulla. Eppure il libro si chiude con un sorriso, come se ci fosse stato un lieto fine. Contenti loro.

Ora passiamo alle pignolerie. Ovviamente sono sciocchezze che mi hanno infastidita dal momento che il libro non mi è piaciuto. Lascio ad altri valutarne l’effettiva gravità.

Ok, ho fatto le superiori più o meno negli stessi anni di Alice e Mattia, lo Scientifico, e non ho mai visto un laboratorio neanche di striscio. Ma va bene, supponiamo che la loro fosse una scuola con corsi sperimentali di biologia eccetera. Arrivo persino a credere che sia normale affidare un bisturi a un diciassettenne. Va bene, diciamo che è così.

Quello che è da incorniciare è il momento della laurea di Mattia: gli stringono la mano e voilà, ecco il diploma originale in pergamena già pronto sul momento, stampato a colori, con le firme (poste in anticipo) di tutti i notabili, il voto che avrebbe dovuto essere stato deciso sul momento…
Proprio non riesco a ricordare quanto ci hanno messo a consegnarmi il mio (ritirato al normale sportello della segreteria, dopo che una gentile lettera mi invitava a togliergli dai piedi in fretta i miei scartafacci prima che finissero nel riciclo), ma sono sicura che i tempi tecnici negli anni ‘90 si misurassero almeno in mesi.
Mi stupisce questa sparata da parte di uno che lavora in ambiente universitario.

E nel finale, Alice che si sdraia nel greto del fiume (magari fosse venuta la piena!), ricordando il giorno del suo incidente nella neve, e pensando che proprio come allora non sarebbe venuto nessuno…
Aveva una gamba a pezzi, frantumata in modo tale che per operarla le hanno lasciato una cicatrice fino sull’addome, non poteva muoversi in nessun modo e si stava assiderando: se non è venuto nessuno a tirarla fuori da là, come fa a essere viva?

Infine, ho trovato il linguaggio e lo stile un po’ troppo asettico, disadorno. Lo so che è quello che va di moda oggi, ma, combinato con le manchevolezze che ho elencato prima, non ha fatto che amplificare (per me) questa sensazione di freddezza e distacco nei confronti delle vicende narrate.
Insomma, già il contenuto è misero, almeno raccontalo bene!

Tutto il contrario di quanto mi è successo subito dopo con un altro libro che tratta anche quello di una malata di mente (pura coincidenza, non è il mio argomento preferito, giuro): Partitura d’addio di Pascal Mercier.

Anche qui c’è una matta, ma siamo su un altro pianeta, sia a livello narrativo che di coinvolgimento.
L’autore non ci abbandona da soli, non ci spiattella lì le turbe assurde della poverina per poi imboscarsi lasciandoci a pensare “boh, ma è scema questa…”, no, nessuno sa cosa accada nella testa della protagonista, nessuno pretende di spiegarlo, ne vediamo solo gli effetti.
La storia è raccontata dal padre disperato, che si sfoga con un occasionale compagno di viaggio appena conosciuto: attraverso di lui viviamo la tragedia di Lea, sprofondata inesorabilmente nella pazzia e nella psicosi, divorata negli anni dall’ossessione per quella che all’inizio era sembrata la sua ancora di salvezza, la musica.

Un libro intenso, straziante: non c’è stato limite ai sacrifici che quest’uomo è stato disposto ad affrontare, nulla che non fosse pronto a tentare per aiutare la figlia, ma paradossalmente proprio la sua condiscendenza, la sua pazienza, le pazzie che egli stesso ha compiuto per lei non hanno fatto altro che accelerarne la fine.

Perché Lea si comportava così? Non lo sappiamo; all’inizio ha perso la madre, certo, ma sin dal primo momento in cui posa gli occhi sul violino il suo atteggiamento appare morboso, ossessivo: la musica non è per lei un sostegno, uno sfogo, una gioia come dovrebbe essere –fatta salva la fatica dell’esercizio- ma al contrario la bambina vi si butta in modo aggressivo, violento, malsano.
Non ci vuole molto a comprendere come nella musica ella comprima una carica autodistruttiva enorme.

Ma, come dicevo, il perché non è importante, un perché a volte non c’è: la psiche di alcune persone è semplicemente fragile di natura. E l’arte, la musica, possono scatenare forze tremende.

Per giustizia, due piccole critiche anche qui.

Immagino proprio sia una goffaggine di traduzione, ma alla quinta volta che ho sentito paragonare la fragile Lea a una “piccola bambina” (contrapposta a…una bambina grande?) ho avuto voglia di urlare.

Rimango perplessa davanti alla necessità di questi violinisti di suonare sempre in piedi e tutto rigorosamente a memoria. Quale sarebbe lo scopo di questa tortura? Siamo qui per sentire la musica o vedere quanto siete bravi voi?
Insomma, se sclerate per fare i fighi, peggio per voi!

(*) Nota: c’è il bullo che ti dice “dammi la merenda o ti spacco la faccia” e quello che ti dice: “se vuoi essere mio amico devi fare questo e quello”…non è proprio la stessa cosa, però, eh? Del primo sei vittima, del secondo NO!

2 commenti:

Matteo Mainardi ha detto...

Quindi non me lo consigli?

Auletride ha detto...

Per carità, non voglio elargire consigli! Ho solo esposto le mie impressioni tutt'altro che obiettive: quando un personaggio mi sta così antipatico da non lasciarmi godere il libro, tutti i più piccoli difetti mi urtano. Ma l'antipatia è grandemente soggettiva, e potrebbe essere anche solo "colpa" mia.

Visto il pompaggio pubblicitario del libro mi aspettavo di più, comunque.